venerdì 16 febbraio 2018

Sovrani e sudditi

  C’erano una volta i re, c’era la disuguaglianza di fatto e di diritto, il rispecchiamento di un ordine immutabile, stabilito dalla natura, o da Dio, che poi è lo stesso, essendo questi il Creatore Pantocràtore. Tale ordine voleva che i territori abitati dall’uomo fossero società composte di un principe sovrano e dalla schiera dei suoi sudditi, divisi in vari livelli o caste. Accadde poi, dopo molti libri, scontri e ammazzamenti, prima in un Paese, poi in un altro e in altri ancora, che tutti i sudditi, anche quelli più umili, furono dichiarati sovrani. Non doveva più essere che un uomo stesse sopra, più in alto, più libero di tutti gli altri, né che qualcuno subentrasse al suo posto dopo morte o rinuncia. Fu solennemente proclamato che ognuno ha diritto a una parte di potere, la stessa di ogni altro, almeno nell’essenza. Si attribuì la sovranità, termine che fu conservato, all’insieme dei cittadini, al popolo, inteso come tale insieme, sotto cui non restava dunque che il territorio stesso, con i suoi minerali, piante e animali. 
  Tuttavia, a una svolta epocale, dopo secoli di immobilità, non ci si può adattare da un giorno all’altro, ci vuole tempo, esercizio, pazienza. Ecco perciò apparire quelli che fraintendono grossolanamente il senso dell’avanzamento, attribuendosi il diritto anche di rubare, picchiare e ammazzare chicchessia. «Non era forse questo che i re ordinavano ai loro sgherri, quando pareva loro? Solo che io lo devo fare da me, il più delle volte». Facile vedere come questi soggetti non abbiano ben compreso che l’accesso alla sovranità riguarda loro come ogni altro cittadino, perciò i casi sono due: o si finisce nel bellum omnium contra omnes con relativo crollo della condizione umana, o si coniuga la libertà con il rispetto generale, come dovrebbe essere sempre. Eppure, una piccola parte di nuovi despoti, quelli particolarmente abili nel settore degli affari, trovano modo di riprodurre, per molti aspetti, la figura del monarca, al punto di compiere atti illeciti senza veder scalfito il loro potere, che dai campi dell’economia e della finanza si estende a quelli della stampa e della politica. Questo strano fenomeno è reso possibile da chi non si sente degno dell’emancipazione. «Io “sovrano”? Grazie, ma non mi incantate, in tutta onestà sono e resto suddito, sovrano ditelo a quelli ben più forti di me». Più il numero dei timorosi è elevato, più la sovranità popolare resta allo stato di desiderata, e la rivoluzione democratica si mostra come un processo lento e incerto.



lunedì 12 febbraio 2018

Il sale e la peste

  Tesi. Senza l’uomo, che cosa sarebbe il mondo? La Terra è un miracolo, con il suo pullulare di esseri viventi, il tesoro delle forme, dei colori, dei fenomeni naturali; affascinante è il cielo, e di là di esso l'incommensurabile moltitudine di stelle. Tuttavia chi, di fronte a tutto ciò, può farsi pervadere dalla meraviglia, oltre all’uomo? Forse un dio, un angelo, un’intelligenza aliena: tutte ipotesi che attendono da millenni la conferma, e che ipotesi potrebbero restare per sempre. E i capolavori dell’arte, della musica, le scoperte della scienza, le opere sempre più raffinate dell’ingegno umano, sono forse cose trascurabili, o piuttosto aggiungono valore a valore, spettacolo a spettacolo? I corpi dell’uomo e della donna, i volti, gli sguardi, le parole, i gesti, le danze, non sono spesso tali da commuovere fino alle viscere? Sì, l’uomo è il sale della Terra.

  Antitesi. Con l’avvento dell’uomo, la colpa fece il suo ingresso sulla scena del mondo, e si sparse nei cinque continenti. Certo, la natura conosceva già il dolore, l’agonia dell’animale da preda tra le fauci del carnivoro, ma nel dominio dell’istinto non venne mai meno l’innocenza, e gli equilibri biologici restavano inalterati. La coscienza doveva porsi a coronamento dell’evoluzione universale, ma l’uomo è fermo in mezzo al guado, con l’istinto alle spalle e la coscienza davanti a sé, non raggiunta. Ecco perciò il dilagare dell’inganno, della malafede, della meschinità, dell’avidità, di tutti i generi d’ingiustizia. Ecco, infine, la vita sul pianeta violentata e minacciata dall’invadenza di una singola specie, schiava e vittima del proprio stesso potere. Sì, l’uomo è la peste della Terra.

  Sintesi. Lotta intraspecifica, lotta dell’uomo contro l’uomo: questo il destino di una specie tanto diseguale da far convivere i contrari. Ogni fazione, radunata attorno al suo comandante, si reputa nel giusto avendo obiettivi divergenti da quelli dell’altra, ma tra queste vi è, forse, quella che possiede un criterio oggettivo con cui distinguere il bene dal male, ciò che va conservato e ciò che va cambiato. Perlomeno, vi dev’essere la parte che discerne in base a una ragione più solida e profonda delle altre: solo se questa trionferà l’uomo potrà essere proclamato sale, e in nessun modo peste di questa Terra.



La grande bolla

  Coscienza biologica è comprendere sia che l’essere interessati da un processo di espansione spazio-temporale produce piacere, sia che non sempre ciò coincide con il bene dell’interessato. Quando non coincide, un po’ come la metaforica bolla di ambiti meno vasti, il piacere illude, rinforza verso un precipitoso arretramento, segnato dal dolore e dalla desolazione, ma, se non è di quei casi in cui si perde tutto, foriero anche di apprendimento e di una completa revisione del concetto di bene. Con l’andare del tempo diviene sempre più probabile che dell’inganno, ben noto come problema umano individuale ai maestri spirituali di ogni tempo e luogo, sia vittima l’intera nostra specie, la quale sembra ormai diventata il kamikaze del mondo. Chi oggi vede non lontana la catastrofe ha ragioni concrete, essendone preannuncio i cambiamenti climatici, l’inquinamento delle acque, la riduzione della biodiversità, il fatto che la popolazione umana, con i suoi consumi, i suoi rifiuti e le sue attrezzature, tra cui le armi nucleari, ha superato i sette miliardi e mezzo di unità, e aumenta tuttora, seppure con un tasso di crescita minore rispetto al picco degli anni Sessanta. In mezzo alla mediocrità di quelli che non percepiscono il pericolo, quelli che preferiscono non pensarci e quelli che vorrebbero mettere la retromarcia alla macchina del tempo, spicca per saggezza chi si impegna per la conversione ecologica delle tecniche inquinanti, chi è disposto a cospicue rinunce e particolari attenzioni per non partecipare al disastro, chi difende i patrimoni naturali dagli sfruttatori intensivi, il che, in certi Paesi tropicali, significa spesso martirio. Comprensione e riconoscenza: questi i campi in cui l’uomo può trovare, al posto di quella momentanea e illusoria, un’espansione autentica.

giovedì 9 novembre 2017

Trio

   Giardini pubblici di una città. Un portafogli giace sull’erba, poco distante dal sentiero. All’interno, la carta d’identità del signor Yamamoto, varie tessere, banconote per trecento euro. Nei dintorni, passeggiano, ognuno per conto proprio, i signori Jong, Park e Martin. Il caso vuole che i tre abbiano caratteri ben determinati, ma ciascuno a proprio modo: le loro posizioni sono nette come i tre vertici di un triangolo, nella cui area molti si stabiliscono e molti altri si spostano.
   Se il portafogli lo vedrà per primo Jong, il denaro finirà rapidamente nelle sue tasche, il resto in un cestino.
   Negli altri due casi, Yamamoto riavrà il portafogli col denaro. A lui non interesserà granché saperlo, ma le motivazioni psicologiche dell’uno non sono le stesse dell’altro.
   Park crede che appropriarsi di cose altrui sia atto peccaminoso, punito dallo Spirito.
   Martin pensa che quando è possibile risalire al proprietario, sia giusto fargli riavere ciò che ha perso, per i principi di giustizia, di solidarietà, di civiltà su cui si basa la vita sociale del nostro tempo.
   Se, in riferimento alle possibili conclusioni del fatto, Park e Martin si trovano dalla stessa parte e Jong in quella opposta, un altro aspetto accomuna Jong e Martin: nessuno dei due crede in un dio o in un karma, ambedue si attengono alla pura razionalità. Dunque, si direbbe che la ragione non sia universale, come sostiene la maggior parte dei filosofi, che del resto giungono a conclusioni diverse l’uno dall’altro a proposito di eguali argomenti. Tuttavia, la realtà è come un immenso poliedro, e ci si può illudere di averla ben compresa dopo aver visto e misurato solo una o alcune delle sue facce. Martin ha indagato più di Jong, conosce molte più facce del poliedro, perciò, nonostante impieghino lo stesso strumento, i loro comportamenti possono divergere completamente, soprattutto quanto al valore. 
   In questa circostanza, come in altre, le conclusioni della razionalità confermano i sentimenti di chi non si attiene ad essa, se non per la prassi più spicciola. Park è un sincretista, pensa che in tutte le religioni vi sia un “fondo di verità comune”: verità intesa come rivelazione, illuminazione o intuizione soprannaturale, cioè irrazionalmente. Queste “grazie divine”, o lumi spirituali, sono in realtà suggestioni mitiche, simboliche e rituali, spesso capaci di accendere i sentimenti dell’infinito, dell’unità e della giustizia prima che se ne abbia il chiaro concetto. Sono così evitate le ardue imprese della pura e adulta ragione, con il rischio che comportano, quello di fermarsi troppo presto e di sprofondare nelle paludi della crudeltà o dell’angoscia; ciò significa, però, rinunciare ai superiori obiettivi della coscienza, ed è questa un’altra stagnazione.



Avventure invisibili

   I. Ottobre

    Nella testa di Smith il commerciante, che sta guidando la sua vettura lungo un’autostrada sgombra, procede da alcuni minuti una certa sequenza di pensieri, un misto di ricordi e considerazioni, sotto forma di immagini e parole che si susseguono e spesso si accavallano. Tutto sembra regolare: il dipolo estetico, dispositivo psichico che reagisce alle percezioni, esterne e interne, secondo la propria scala di valori, ha un segno blandamente positivo, finché la catena presenta un anello che, d’un tratto, fa calare l’asticella estetica di parecchi gradi. È quel broker, Bernard, il suo atteggiamento freddo, la necessità di incontrarlo di nuovo, tra breve. Ma c’è anche l’errore del giorno prima, quando Smith, parlando con Fernandez l’orefice, ha attribuito a Oscar Wilde un verso di Keats, poi gli è sorto il dubbio, e Fernandez, che non aveva detto nulla, se n’era ormai andato, e chissà che cosa avrà pensato. In questi casi, vi sono tre possibilità principali: fissarsi sul fatto spiacevole, soffermarsi su di esso per un tempo limitato, o cambiare oggetto d’attenzione in un attimo, non appena avvertita la sensazione negativa. Ogni scelta ha proprie motivazioni e proprie conseguenze. Indugiare su un oggetto psichico che trasmette una sensazione molesta, sia esso ricordo, concetto o costruzione immaginaria, testimonia a se stessi una difficoltà personale, che si spera di superare riflettendo, sviscerando i vari aspetti del problema. Questo costringe il soggetto a una sofferenza, variabile per durata e intensità, secondo che la riflessione sia proficua o, al contrario, si contorca da ogni lato senza venire a capo di nulla. Smith, ad esempio, tende a rimuginare, invece Fernandez si sbarazza dell’oggetto fastidioso con una rapidità sorprendente. Di solito, ciò è dovuto all’incoscienza, alla pigrizia, all’attitudine irresponsabile di chi non vuole affrontare la realtà, quando non è piacevole; tuttavia, passano giorni, mesi, anni, e lui è sempre tranquillo, di buon umore, lontano dai guai. Il suo caso non è neppure quello del cristiano convinto, del buddhista, del seguace di Steiner, di Gurdjieff, di Beinsa Douno il Bulgaro; di chi, in genere, crede di apprendere da un maestro spirituale, vivo, morto o resuscitato, il modo giusto per liberare l’anima dai suoi mali. Per Fernandez, lo sdoppiamento del mondo e dell’uomo in materia e spirito non rappresenta la realtà. La sua mente ha una ragione ottimale, molto allenata, in grado di respingere ogni tentativo di mortificazione, da qualunque parte provenga, ne trae anzi nuovo vigore. Può sbagliare, ma ciò non riguarda in alcun modo le acquisizioni principali dell’umana coscienza, perciò, quando succede, lo riconosce senza difficoltà, anche apertamente, palesando in tal modo la differenza assiologica tra i concetti.
   Manca una trentina di chilometri per l’uscita autostradale, e il cervello di Smith ha circa venti minuti di tempo libero, essendovi sempre scarso traffico. Fernandez non è glaciale come Bernard, anzi, solitamente è affabile e comprensivo. Smith prova piacere ogni volta che lo vede, ne ha anche una certa invidia, seppure non sia né più ricco né più bello di lui. Lo conosce da poco, e non può sapere che il passato psicologico dell’orefice comprende un periodo di tre anni e mezzo durante cui ha attraversato i territori più insidiosi, incontrato mostri degni degli antichi poemi, sfiorato più volte la caduta da cui non ci si rialza. Smith lo percepisce come un fortunato, e lo è, ma dimentica che la buona combinazione genetica è nulla senza l’apprendistato, le prove, l’esercizio, e più sono severi, migliore è l’esito, una volta superati. Comunque, questa differenza fra lui e Fernandez è per Smith un motivo di disagio più intenso di molti altri. In cerca di soluzioni, egli comincia ad accarezzare l’idea di seguire un corso di meditazione. S’informerà.


   II. Dicembre

   Mentre percorre la solita autostrada, Smith torna col pensiero all’esperienza di meditazione fatta un mese fa. La scelta non fu semplice, per l’enorme varietà delle offerte che si trovò di fronte, anche considerando solo la sua provincia, e poi dovette considerare le differenze di prezzo. Un corso più caro corrispondeva a un metodo più efficace? A una dottrina più vera? Scommise con la sorte che non fosse così, e scelse un corso a libera offerta, uno tra i meno ermetici, almeno stando alla presentazione. In effetti, era abbastanza semplice, ma improntato ad un’austerità di tipo monastico che gli costò non poco sacrificio. Tuttavia, il commerciante è poco propenso a proseguire il cammino con un secondo corso più avanzato, come prevedono tutti i metodi del genere. Ora egli cerca di evitare le solite lotte estenuanti con i pensieri aggressivi, spostando la sua attenzione su piccole cose, come il proprio respiro, il battito del cuore, alcune formule riposanti, ma gli si è insinuata una nuova percezione sgradevole, senza una precisa forma logica, risalente alle persone incontrate in quel ritiro, in primo luogo Jensen il maestro: la sua gentilezza non gli è sembrata genuina, e a volte ridacchiava per un motivo che non capiva. Con gli altri frequentatori ha comunicato poco, alcuni erano troppo introversi, dopo il corso non ha visto o sentito nessuno di loro. Di questa sua esperienza, Smith non ha fatto cenno con Fernandez, e men che meno con Bernard, temendo che potessero sorriderne. Uno simpatico, l’altro antipatico, ma in fondo ambedue vanno avanti tranquillamente, come i tanti che di quelle tecniche di meditazione hanno sentito parlare, ma non ne sono minimamente attratti. I più, in genere, mostrano indifferenza verso tutto ciò che dovrebbe elevarli spiritualmente, allo stesso modo di quel che è ovvio e continuo, come il fatto di camminare o di respirare, almeno finché la salute li assiste: proprio i due aspetti del corso scelto da Smith, dove il secondo è propedeutico al primo, per chi decide di proseguire. Egli si chiede chi abbia più ragione fra immanenti e trascendenti, e non sa rispondersi: se i primi li si può dire grossolani e banali, i secondi possono essere inattendibili e altezzosi. Forse l’ideale, per l’essere umano, è una posizione intermedia fra tali opposti e, nel tentativo di immaginarsela, gli torna in mente l’orefice: è lui, tra i suoi conoscenti, quello a cui meno si possono attribuire i difetti dell’uno e dell’altro tipo. Quando lo rivedrà, però, si guarderà bene dall’entrare direttamente nel discorso, altrimenti gli attribuirebbe un ruolo simile a quello di Jensen, e non è certo il caso. Si parlerà di lavoro come al solito, di qualche argomento di attualità, forse si entrerà in qualcosa di personale, ma senza troppo approfondire: Smith, insomma, cercherà di evincere dalla conversazione ordinaria quali contenuti psichici rendano la personalità di Fernandez quella che è, anche e forse soprattutto dai modi dell’espressione, verbali e visivi.


   III. Febbraio

   Smith entra nella cucina di casa sua per prepararsi un tè. Ha incontrato Fernandez due volte; durante la seconda, quattro giorni fa, il commerciante è stato poco loquace, per una punta di vergogna provata durante la conversazione precedente, quando la sua aumentata voglia di parlare con lui era stata fin troppo palese. Fernandez, però, non ne sembrava stupito o infastidito, interloquiva con lui volentieri. Tra le righe delle osservazioni su certi nuovi sistemi espositivi, quelle sulla situazione economica e politica in alcuni Paesi africani e altre ancora, Smith cercava di scoprire il segreto di quello spirito, e ora riprende la sua fatica, servendosi della memoria. Egli intuisce che la fede religiosa, nel caso dell’orefice, ha poca o nessuna importanza, tuttavia, a quanto gli risulta, esistono credenze filosofiche ed esoteriche che si differenziano in qualche modo da quelle religiose. In verità, la credenza non va confusa con la certezza, come fa chi aderisce mentalmente a un oggetto immaginato allo stesso modo di come ognuno di noi aderisce all’oggetto conosciuto, il mistico persino con più forza. L’errore è tanto più consistente quanto più la credenza è improbabile e in contraddizione con il concetto, ma sono proprio l’improbabilità e la contraddizione a caratterizzare e sacralizzare l’oggetto della credenza religiosa. Il fatto che tale differenza sia spesso sfuggita ai filosofi stessi è la principale causa per cui il concetto della filosofia è correntemente spurio; basta attenersi all’etimo per comprendere che filosofia è volontà di sapere, non di credere. Credenza filosofica, dunque, può essere solo quella probabile, razionale e pur sempre distinta dalla certezza, a cominciare dalla previsione che domani il sole sorgerà, fino allo stabilirsi definitivo della pace nel mondo. Quelle a cui pensa Smith in termini di credenze filosofiche, invece, si distinguono dalla fede religiosa soltanto per la non appartenenza ad alcuna religione popolare, come l’iperuranio di Platone, le ipostasi di Plotino, il dio modale di Spinoza. Lo stesso vale per le credenze esoteriche: qui, anzi l’analogia con la fede religiosa è maggiore, giacché attorno ad esse tendono a crearsi comunità fornite di simboli e riti, spesso attinti da culti preesistenti. Se la ricerca ha condotto Smith in questa direzione è perché credenze metafisiche e superiorità d’animo sembrano congiungersi, ma quella superiorità è tale solo rispetto a una ragione povera, provvisoria, quella che non oltrepassa il perimetro dell’io individuo, e soffoca in esso. Al contrario, in confronto alla ragione estesa, e al sapere e all’etica che da essa procedono, la fede metafisica presenta immancabilmente i segni dell’inferiorità, per come imbriglia la logica, umilia lo spirito critico, diminuisce la libertà, si manifesta in forme confliggenti tra loro. La sapienza, la pace, il bene originati dalla fede altro non sono che una premonizione, il segno del desiderio di quelli veri.
   Un’altra ipotesi considerata da Smith, ma da lui esclusa dopo le ultime conversazioni con Fernandez, è quella di una speciale e innata capacità intuitiva, che attraverso il sentimento, senza coinvolgere la ragione, muova l’anima sempre nella giusta via. Entrando in argomenti pragmatici e politici, l’orefice si è dimostrato un po’ troppo logico perché lo si possa ritenere guidato solo dall’intuito; se poi questo è pensato come una facoltà separata e financo antitetica al raziocinio, si sconfina dalla scienza al regno immaginario del paranormale, non certo il più affidabile. La ragione sarebbe solo un ingombro se un’anima comprendesse verità e compiesse buone scelte senza il suo apporto, con una consistente riduzione dei tempi e della fatica. Realisticamente, tuttavia, più le questioni sono complesse e gravate di responsabilità, più trascurare il ragionamento, monologico e dialogico, è rischioso e, oltre un certo limite, del tutto folle. In gran parte, la speciale capacità a cui sta pensando Smith è un sogno di leggerezza, a fronte di una realtà assai impegnativa.
   Anche dare per concluso un ragionamento quando non lo è ha conseguenze nefaste, dalle quali non resta che imparare. Se vi è dunque un intuito o sentimento prezioso, esso riguarda non tanto i fatti esterni alla coscienza, quanto gli interni, e precipuamente l’eventualità che la ragione, rispetto a un certo fatto da comprendere, sia incompleta: è un’intima insoddisfazione, che spinge a sospendere l’azione corporea e a riprendere quella psichica. Proprio questa è la misteriosa qualità di Fernandez che Smith va cercando, e che è lontano dallo scoprire. In passato, quando quella sensazione di vuoto è stata in lui più forte, Fernandez ne ha sofferto, ma ora la avverte di rado, è più breve e non gli procura alcun disagio, col tempo è diventato un automatismo mentale quasi piacevole. La mancanza di tale virtù spiega anche il carattere poco amabile di uno come Bernard: la sua ragione, arrivata a un certo punto, si arresta scetticamente, e nulla può spingerla oltre, nemmeno la riduzione al minimo dell’altrui amore, fatto al quale il broker si è adattato, e che ricambia, con velato sadomasochismo. Smith non si è ancora abituato al disagio e non intende farlo, diventerebbe come Bernard, ma non trova la via d’uscita, perché allettato dall’immagine dell’illuminazione metafisica molto più che dai travagli del ragionamento. E poi, dell’intera problematica egli ha solo un sentore, non un chiaro concetto.
   Il tè è pronto, Smith si accomoda sulla sua poltrona, cerca di concentrarsi sull’atto di sorseggiare e assaporare la bevanda.


   IV. Aprile

   Smith fa una camminata per raggiungere un negozio, e ripensa alla dottoressa Smirnova, la psicoterapeuta presso cui è in cura da tre settimane. Lui ne è quasi innamorato. Certo, Smirnova ha un aspetto piacevole, come pure la voce, ma, soprattutto, la dottoressa ha dimostrato di non essere eccessivamente legata agli schemi analitici di scuola, e non lo ha fatto sentire né infantile, né dominato da un super-io autoritario. La sofferenza di Smith ha una radice più elevata, per così dire, più cerebrale rispetto ai casi più frequenti, e mal si adatta alle solite eziologie psichiatriche; non per questo è meno pericolosa, anzi, sta ostacolando le sue attività più importanti, e minaccia di portarlo a uno stato depressivo. Dopo i primi incontri, affrontati i temi e riflettuto, Smirnova gli ha proposto una terapia basata sull’interazione tra uomo e asino. La cosa lo stupì molto, ma la reazione era prevista, e la dottoressa continuò imperturbabile, parlandogli di Linna, un delizioso luogo in collina, non troppo distante, dove un suo collega, insieme ad alcuni assistenti, dirige un centro di zooterapia, sia con asini, cioè onoterapia, che con altri animali. Lei stessa vi si reca più volte l’anno, gli disse, non solo per collaborare, ma anche per il proprio beneficio. Da ragazzo, Smith ha posseduto un cane, ma dopo la sua morte, per la quale soffrì molto, non ha più avuto contatti diretti con animali. Non ricorda di aver mai visto un asino dal vivo, e non aveva mai pensato che ciò potesse avere importanza, ora, però, prova una certa curiosità, anche perché da uno psicoterapeuta si aspettava tutt’altro, come test, sedute di ipnosi o esercizi mentali da svolgere. Smirnova non glielo ha detto a chiare lettere, ma ritiene che entrando in rapporto con l’asino, sotto la guida dello staff, scoprendone l’anima e affezionandosi, il paziente sia indotto a modificare il criterio con cui tende a valutare l’essere umano, che secondo lei è indice di un potenziale disturbo bipolare. Importante è che Smith abbia un programma personalizzato, e che gli incontri avvengano in orari diversi da quelli di chi soffre di patologie o sindromi di tutt’altro tipo. 


   V. Giugno

   Mentre è coricato sul suo letto, Smith sta ripercorrendo con la memoria il suo incontro con Fernandez del giorno prima, e si diletta dell’approvazione manifestata dall’orefice nel sapere della sua esperienza con gli asini di Linna. In realtà, il suo è stato un racconto manchevole, non avendo egli detto che la persona da cui ha saputo dell’allevamento è una psicoterapeuta, cui si rivolse come paziente, e che questa è appunto una terapia, indicata per disturbi di vario genere. Smith ne ha parlato come di una scelta successiva a un’informazione casuale, e più che altro si è soffermato sul suo contributo alla cura degli animali e sullo scambio di affettuosità reciproche, in particolare con Abel, un somarello di due anni. Il piacere per i complimenti di Fernandez, dovuti alla sua descrizione degli amabili equini, del luogo in cui vivono e delle sensazioni che ha provato, ha dovuto perciò fare i conti con un dubbio su di sé, non essendo stato del tutto sincero. Tuttavia, la sua è stata più un’omissione che una distorsione dei fatti e, in fondo, non è stato così grave escludere dal racconto una parte, per quanto importante. Non era mica una deposizione in un processo. Così, la sensazione positiva si riduce alquanto, ma resta, e per lui è già un successo.
   Maria, la compagna di Smith, donna poco espansiva, ha percepito il miglioramento dell’umore di lui, oggi in particolare, e l’idea dell’onoterapia, della quale non sapeva che cosa pensare, comincia a sembrare buona anche a lei. Smirnova ha dunque visto giusto: Smith aveva bisogno di distogliersi da una fissazione, quella dell’inspiegabile superiorità di alcune anime, e di porsi in un altro punto di vista. Ha guardato al di fuori della specie razionale, ma non fuori dal vivente, dal sensibile e dal comunicante, e ha incontrato un’altra specie, che a noi si è affidata e che ci chiede con muta dolcezza di non essere tradita, ricambiandoci in molti modi. È stato l’asino, e ora Smith pensa di adottare un cane o un gatto, di quelli che aspettano nei rifugi. La loro felicità è segno della nostra affidabilità, e la presenza di quel sentimento in noi è segno del nostro essere coscienti.
   Immagini ipnagogiche sempre più indescrivibili prendono via via possesso della mente di Smith, finché si addormenta, e nel sonno le immagini e i suoni diventano quelli del sogno, il sostituto della vita durante il riposo naturale dei muscoli e della coscienza. Buonanotte, Smith.

venerdì 27 ottobre 2017

Il pasto della ragione

   «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». Massima antica, mondiale, ripetuta in infinite occasioni. Tuttavia, se un ragazzino esigente ci chiedesse “perché”, noi, persone morali, gli dovremmo una risposta, e se non fosse soddisfatto, non trovandola poi altrove, né da sé, crescendo potrebbe diventare un criminale, ladro e assassino incallito. Da quel momento in poi, tra le cose che costui non vorrebbe gli si facessero c’è, ovviamente, l’essere arrestato, e se, un bel giorno, decidesse di applicare la regola, dovrebbe rinunciare non solo al crimine, ma anche a ostacolare chi lo compie. Bell’assurdità. La ragione non si pasce di massime, e neppure di sentimenti, ma di concetti, e farle patire la fame ci svaluta come esseri umani.
  Torniamo dunque indietro, e rispondiamo al ragazzino. «Ascolta, Eros (mettiamo sia il suo nome), prova a immaginare che nessuno mai seguisse questa regola, che ognuno di noi si comportasse con l’altro come nessuno vorrebbe si comportasse con lui: sarebbe la guerra perenne di tutti contro tutti, nessuno sarebbe amico di nessuno, tutti nemici di tutti. Sarebbe impossibile qualunque tipo di società, qualsiasi cultura; la stessa specie umana rischierebbe di estinguersi, perché un bambino potrebbe nascere solo dallo stupro. Sai che cos’è lo stupro, vero? Ti sembra bello tutto questo?».
   Eros riflette un poco, poi se ne esce con questa replica: «Ma allora, se io vedo che qualcuno segue la regola, io posso anche non seguirla. L’importante è che ci sia qualcuno che la segue, no?». L’obiezione ha evidentemente una sua logica, quindi non solo la massima, nemmeno la nostra spiegazione è sufficiente. La ragione, quella dell’adolescente e la ragione in quanto tale, non è ancora sazia. Dobbiamo andare avanti, senza adirarci, ma con fermezza.
   «Ah, dunque vuoi essere un parassita? Uno che approfitta dell’impegno altrui per conservare o, dov’è possibile, migliorare il livello della nostra vita, senza contribuire in alcun modo, anzi ostacolando, impedendo? Sei libero di farlo, ma non è questo il tuo vero interesse, non è l’interesse di alcun individuo, anche se, organizzandoti in un certo modo, potresti far soldi. Più felice di tutti è chi è amato da tutti, e tu sarai, al contrario, uno degli esseri più odiati. Nemmeno i tuoi soci, se ne avrai, ti ameranno, nessuno di quella risma può amare, ma solo aggregarsi per opportunità ai suoi pari e rispettare il più forte per timore. Vuoi diventare celebre come criminale? Sarai odiato anche da morto. Il tuo valore come persona, e ognuno di noi ne ha uno, sarà sotto lo zero, e non cambia, che tu riesca o meno ad evitare il carcere o quale altra pena preveda lo Stato. Comunque, ormai sei grande, se tu deciderai di imboccare quella strada io me ne accorgerò subito: te lo dico, non aspettarti da me il minimo appoggio, io ti ho parlato e ti parlerò così sempre, per te non potrò far altro che questo, non sarò mai complice di una sanguisuga, con tutto il rispetto per gli incolpevoli Irudinei».
  A questo punto, a Eros non resterebbe che dichiararsi privo di qualunque amore per la specie umana, e favorevole alla sua estinzione. Il giovinetto non arriva a tanto, ma potrebbe darsi che lo faccia un altro - chiamiamolo Ade -, perciò noi, sempre con calma e senza dire «tu sei pazzo» o simili, proseguiamo.
   «Ade, ogni individuo umano, come ogni animale, ha una volontà, e la volontà dell’individuo collettivo che chiamiamo specie è l’insieme di tutte le volontà individuali. Queste possono armonizzarsi nella ricerca del bene comune, o contrastare, come accade quando il singolo o un gruppo amano se stessi e odiano tutti gli altri. Ovviamente, l’individuo e il gruppo, per quanto forti possano essere, sono in una situazione di inferiorità rispetto all’insieme, quindi, se vogliono il male degli altri possono attuarlo solo fino a un certo punto, oltre cui saranno loro ad essere schiacciati. Perché l’odio globale abbia esito, esso dovrebbe prevalere nell’intera specie, dovrebbe cioè valere per la maggioranza quello che vale per il suicida singolo, o per un gruppo come quello del pastore Jim Jones, novecento persone che si avvelenarono nello stesso giorno. Se dunque tu volessi insistere nella sua linea, senza finire tu solo nell’oblio o nella maledizione, dovrai cercare proseliti, insegnare l’odio di sé e dei propri simili, in modo che l’umanità si avvii al suicidio collettivo. Di fronte alla realtà, che vede gli esseri umani decisamente vogliosi di vivere e di unirsi, almeno per la stragrande maggioranza, probabilmente rinuncerai all’impresa prima ancora di cominciarla. Dovresti asserire in pubblico che l’uomo sia per natura un essere immondo e odioso, e gli effetti di un simile discorso sono facilmente immaginabili. Potresti anche avere l’accortezza di procedere gradualmente, cominciando dalla descrizione delle tante, oggettive malefatte degli umani, ma nel momento in cui l’uditorio, disposto all’ascolto delle possibili soluzioni, sentisse parlare di autoannientamento della specie, verresti travolto dal biasimo e da insulti, saresti perciò costretto al silenzio, se non alla fuga. Essere pronti a riconoscere le proprie mancanze, e più in genere essere consapevoli, è un'ottima qualità, ma ne abbiamo anche altre, per esempio possiamo avere coscienza del mondo, essere incantati dalla natura, creare opere d’arte, cantare, scrivere poesie, salvare cani abbandonati, lottare fino al sacrificio per proteggere la vita minacciata».
  Eros e Ade non erano paghi della massima, né del buon sentimento: legittimamente, perché il raziocinio è una dote. Se ora, però, i due scegliessero di seguire comunque la strada del crimine, sarebbe per sordità verso un ragionamento più avanzato del loro.
 



mercoledì 11 ottobre 2017

La chiave della pace

   Possono essere tra loro nemici due ricchi, due poveri, due colleghi, due connazionali, due parenti stretti, ma non due persone con la stessa visione del mondo. I modi di pensare sono numerosi, ma se, quanto alle cose essenziali, non ve ne fosse che uno, l’inimicizia sparirebbe dal pianeta. Sarebbe dunque un immenso bene per tutti, sempre che la concezione comune fosse quella più ricca di verità. Tuttavia, se c’è un’opinione generale, è che il passaggio dalla discordanza all’omogeneità del pensiero sia qualcosa di orribile, buono solo per il genere distopico di narrativa e cinema, dal Brave New World di Huxley ai romanzi cyberpunk. Nel linguaggio attuale, il “pensiero unico” è del tutto privo di profondità: è la conferma del materialismo di Marx senza i suoi vaticini, ribaltati dalla vittoria del profitto privato e delle sperequazioni. Si tratta quindi del risultato di una “omologazione” culturale gestita dall’alto, cioè dagli stessi capitalisti trionfanti, tramite una politica e un giornalismo a loro asserviti. È indubbio che tale pensiero, se così si può chiamare, abbia una notevole consistenza, ma esso è “unico” solo nei desideri dei pochi a trarne un vantaggio, anche se dovessimo considerare solo la parte del mondo che lo ha partorito: è anzi qui che, dopo molte lotte e sacrifici, il pensiero può liberamente diversificarsi, è qui che non si possono zittire le voci dissenzienti, né sbarrare i canali di comunicazione. Ciò anche quando il dissenso non ha di meglio da proporre che il rilancio delle tradizioni religiose nazionali, o l’abolizione totale della proprietà privata.
   Se dove regna la miseria intellettuale trovassimo la ragione filosofica e, anziché l’uniformità coatta, la convergenza evolutiva, l’unità planetaria del pensiero, comportando l’impossibilità stessa dell’odio e del conflitto, ci si mostrerebbe come l’opposto di una fosca prospettiva. La varietà delle caratteristiche individuali e culturali sarebbe diminuita solo per l’abbandono di quelle assurde, come l’uso cinese del corno di rinoceronte. Soprattutto, essendo un pensiero saggio, si aprirebbero gli occhi di tutti sulla natura, la cui molteplicità, questa sì, va strenuamente difesa dalle minacce di un’espansione umana dissennata.