mercoledì 16 novembre 2016

Potere del popolo

  Se l'essenza della democrazia è l'accessibilità di tutti i cittadini alla decisione politica, anche se ne considerassimo solo le forme dirette, allora la democrazia non è l'essenza della società giusta. Questo solo diritto non garantisce automaticamente l'insieme dei diritti reali, che sono altri, come l'inviolabilità della persona, la legittima proprietà, l'equa retribuzione in cambio di lavoro, l'istruzione di base, le cure mediche, la manifestazione del pensiero, la legittima associazione, l'azione in giudizio; l'uno e gli altri sono chiaramente riconosciuti nelle costituzioni avanzate, ma se, per ipotesi, una procedura del tutto differente avesse la forza di garantire i diritti reali in misura superiore, chiunque avesse altro mestiere potrebbe fare a meno della partecipazione politica senza subirne alcun trauma. Se ci trovassimo di fronte ad un aut aut tra il diritto di voto ed il perfetto funzionamento della giustizia, saremmo folli se non scegliessimo il secondo. Immaginiamo che quello di comprendere al meglio il diritto e l'interesse comune sia il prodotto di talento e preparazione, come lo è, al livello professionale, suonare il pianoforte o giocare a tennis: in tal caso, sarebbe possibile un esercizio del potere politico vincolato semplicemente ad esami, apprendistato e promozioni. Non per questo parlamentari e governanti, se manifestassero un decadimento nella qualità del loro operato, sarebbero inamovibili, poiché, come negli altri campi, il giudizio, l'influenza e gli strumenti a disposizione portano a gratificare i meriti ed a penalizzare le mancanze e le storture.
  Se, invece, intendiamo con democrazia la garanzia dei diritti reali per tutti i membri di una società, passando cioè da un concetto procedurale ad uno sostanziale, l'equivalenza che cercavamo è posta. Il δῆμος è l'intera popolazione di un territorio, senza esclusioni in basso, come avveniva nelle antiche democrazie greche e nella Roma repubblicana, né in alto, come nell'accezione medievale e moderna; c'è democrazia laddove il κράτος fondamentale appartenga a tutti, indipendentemente dall'ordinamento politico.

mercoledì 2 novembre 2016

Le responsabilità di un dramma

      È passato all'incirca mezzo secolo da quando ebbe quasi ovunque termine la sovranità delle potenze coloniali europee in Africa e in Asia, con il consenso di tutte le parti in causa. L'indipendenza fu però fortemente limitata dagli interessi in loco degli ex colonizzatori e degli Stati Uniti, che, nel quadro della guerra fredda, ostacolarono la via socialista a una possibile uscita dalla condizione di sudditanza e di povertà in cui versava la stragrande maggioranza delle popolazioni locali. A ciò si aggiungeva il mantenimento, nel passaggio all'indipendenza, di confini che erano stati tracciati senza considerare le omogeneità e le differenze tra i gruppi, per cui la funzione sociale delle tradizioni, già ampiamente scemata, si trasformò in un ostacolo alla pace. Tutto ciò si è tradotto in un caos e in un orrore che continua tutt'oggi, e che si è anzi esteso alle acque del Mediterraneo, dove spesso ha tragicamente termine la fuga dal dilagare delle ingiustizie e delle violenze.
  Il massimo obbiettivo, da parte di tutti, dovrebbe essere la rimozione delle cause che spingono alla migrazione di massa: è dunque indispensabile che i Paesi d’origine conoscano un grande progresso sociale, economico, politico e culturale. Da parte dell’Europa, è necessario adeguare le relazioni con chi risponde direttamente della situazione: non è tollerabile alcuna connivenza con governi dittatoriali, né va assecondata l'ipocrisia di quelli solo formalmente democratici. Va impedito che gli aiuti economici finiscano nella voragine della corruzione. Devono sorgere nuove personalità politiche di alto profilo, accolte con favore leggi che sanciscano la proprietà pubblica delle più importanti risorse naturali dei Paesi, perché favoriscano il benessere delle popolazioni, incentivati gli investimenti lungimiranti e la salvaguardia dell'ambiente. Gli eventuali interventi armati internazionali devono svolgersi ponendosi sempre dalla parte di chi subisce. Da parte loro, le popolazioni locali devono superare lo stadio della fuga verso l’Europa o l’Occidente come unica speranza, spesso illusoria, o peggio, quello del terrore in nome di principi retrivi. Esse devono comprendere il valore della lotta per i diritti democratici, contro le violazioni dell'interesse generale di chi persegue solo il proprio effimero vantaggio individuale, qualunque sia il suo colore.

domenica 11 settembre 2016

Il filosofo

   Nell'uomo, la funzione di rendere accessibile l'essere alla coscienza è svolta da un organo psichico il cui nome è ragione. Essa si mette in movimento sin dall'infanzia, della specie come dell'individuo, ancora involontariamente, quando trova nell'esperienza del mondo le prime costanti quantitative e qualitative che col tempo, una volta intervenuta la volontà e disciplinato l'apprendimento, si costituiscono rispettivamente in matematica e logica: nelle costanti, essere ed esperienza si incontrano. Una normale padronanza del linguaggio e dei numeri basterebbe a fare di un uomo un filosofo, se il momento applicativo delle discipline non prevalesse sulla pura riflessione tanto da rendere l'esplicazione discorsiva dell'essere un'impresa da titani. Parmenide ebbe il merito di porre l'unità e l'eternità dell'essere, ma lo fece negando il divenire, e da allora l'antitesi non fu mai effettivamente risolta. Martin Heidegger lamentò che l'intera storia della civiltà occidentale è “oblio dell'essere”, ma alla sentenza non seguì la giustizia: diversamente espressa (essere - ente) l'antitesi è rimasta, e se il “pastore dell'essere” o il suo nunzio possono trovarsi a loro agio in un regime nazista, laddove un pastore luterano come Dietrich Bonhoeffer lo combatte fino alla morte, di quell'oblio bisognerebbe auspicare il mantenimento perenne.
  Tuttavia, perlustrando il mondo si troveranno prima o poi le manifestazioni di un'etica che dice sì alla libertà individuale purché unita alla responsabilità, e sì alla tecnica purché sottomessa all'ecologia; quella di chi sa calcolare il valore delle azioni e le retribuisce in base ad esso; di chi stima più la crescita concettuale di quella materiale; di chi non ha bisogno di mentire; di chi ama la località di vacanza chiamata vita, vuole gustarsi il viaggio e farlo gustare ad altri, il più possibile. Questo proverebbe, più di qualunque ricerca bibliografica, che da qualche parte l'ontologia è stata efficacemente formulata, e che nel campo di forze delle idee il filosofo c'è.

venerdì 2 settembre 2016

Avanzamenti e anacronismi

   Perché prendano forma compiuta, i grandi ambiti del sapere richiedono il concetto della continuità fra le determinazioni che riproducono nella coscienza gli enti percepibili o immaginabili. Con questo gli enti nulla perdono della loro individualità: cade semplicemente l'illusione di una cesura nello spazio o nel tempo che segni i limiti di qualunque cosa. Ogni corpo, almeno a livello atomico e subatomico, ha rapporti costanti di acquisizione, di cessione o di scambio con altre entità, aeriformi, liquide o parimenti solide; per la stessa dinamica, ogni ente nasce e perisce. Se l'osservazione si addentra nell'oggetto per individuarne il limite, le nostre unità spaziali e temporali comprenderanno in realtà elementi anche degli oggetti con cui il primo si trova in relazione: gli enti sfumano l'uno nell'altro, e persino i componenti subatomici delle cose potrebbero trasformarsi, ai limiti dell'universo.
   Lseparazione sostanziale è dunque oltre ogni possibile esperienza, e non riguarda le parti determinabili di alcun complesso, come l'uomo, la natura, l'universo, la totalità. Il dualismo, nei consueti termini di spirito e materia, anima e corpo, uomo e natura, è ancora un comune modo di pensare; tuttavia, almeno negli Stati che hanno abolito gli obblighi religiosi, oggi si può smentire senza mettere a repentaglio l'incolumità fisica, e questo lo si deve ad una lunga e drammatica storia di pensiero e di ricerca scientifica. Il problema, tuttavia, non si risolve eleggendo uno dei due termini della dualità a fondamento dell'insieme, con detrimento dell'altro, da cui l'annosa disputa fra spiritualismo e materialismo. Gli avanzamenti scientifici degli ultimi cento cinquant'anni, in fisica, biologia, psicologia e tecnologia, hanno creato le migliori condizioni per il superamento di queste antinomie. Si può ancora parlare ragionevolmente di materia come del genere di cose che hanno un effetto immediato sulla nostra sensibilità, di spirito come dei contenuti psichici più complessi, o come stato d'animo, ma nessuno dei due, né i loro sinonimi, rendono il concetto di unica sostanza. Appunto sostanza è invece termine indubbiamente consono all'unitarietà del tutto.
   La sopravvivenza ai nostri giorni del marxismo, in quanto materialismo, è perciò ascrivibile alla lista degli anacronismi culturali, di seguito alle varie osservanze religiose che lo superano in antichità. Nato come reazione all'idealismo hegeliano, il materialismo di Marx contiene l'antropologia più avvilente che si possa immaginare, per la svalutazione del pensiero, i cui ordini di idee giammai incidono significativamente sul divenire storico. Il vertice dell'evoluzione biologica sul pianeta è degradato a “sovrastruttura”, ove le idee dominanti sono emanazione e stampella dello status quo, mentre quelle osteggiate e censurate da chi è al potere sono il preavviso dei prossimi rivolgimenti, che avvengono per una dinamica tutta interna all'economia. Ad una teoria rivoluzionaria bisognerebbe quindi pensare come alla meteorologia rispetto al tempo che farà comunque, ma l'insistenza di Marx e dei suoi seguaci nel pensare e nel parlare dimostra l'intento di provocare con le idee eventi che secondo la loro stessa teoria non dipendono dalle idee. È un esempio di come le carenze concettuali a cui accennavo rendano contraddittorie le elaborazioni teoriche.
   Fino ad oggi, il solo effetto del marxismo sui fatti concreti è stato quello legato alla crescita industriale di Paesi arretrati, qual'erano a loro tempo la Russia, la Cina e i rispettivi satelliti: da quegli assunti teorici si ricavò infatti uno strumento demagogico eccellente per le vaste popolazioni chiamate ad un lavoro tanto duro e prolungato, mentre, per quanti non ne erano persuasi, essi fornirono la legittimazione all'uso del pugno di ferro. Altri Paesi in fase critica, come l'Italia e la Germania fra una guerra e l'altra, per ragioni analoghe si affidarono al socialismo nazionalista. Raggiunto o avvicinato lo scopo, però, tutti hanno più o meno aperto i portoni alla libertà di impresa e di mercato, eccettuata la sclerotica Corea del Nord. Tuttavia, si può sempre denunciare l'accaduto come un tradimento della dottrina marxiana. Essa resta così sempre pronta, con le sue spiegazioni ed i suoi rimedi, per le ricorrenti crisi del sistema economico dominante, di cui i credenti continuano a preconizzare e ad auspicare il crollo: in tal modo, nel magico mondo venturo, costoro avranno maggiori possibilità di rivestire ruoli di primo piano, o almeno non anonimi e pesanti come quello dell'operaio, anche se “emancipato”.








venerdì 26 agosto 2016

L'edificio del sapere

   Il desiderio di conoscere, l'esigenza di estendere il patrimonio dei concetti, è propria anzitutto dei bambini, poi, in una cultura dinamica, di molti adulti; ove infine l'estensione proceda dal particolare verso il generale, dal relativo all'assoluto, perché si ritorni alle contingenze attuali con una volontà più cosciente, siamo in presenza della filosofia in senso stretto. L'incessante attitudine al sapere ha innalzato sul fondamento dell'esperienza un edificio che si presenta ora composto dalle diverse scienze. L'aspirazione superiore della filosofia si è manifestata molti secoli prima che tale edificio assumesse l'attuale imponenza, nemmeno immaginabile per l'antico Greco, lo scolastico medievale o il brahmano vedico. Fermo restando l'inestimabile valore storico dei maggiori risultati giunti fino a noi, le componenti arbitrarie che spesso si insinuavano nella speculazione non potevano che ridurne quello concettuale, del qual fatto ben si avvedevano gli scettici, e non solo loro.
  Con l'affermarsi della scienza moderna, si presenta la condizione ideale perché l'opera si completi con la sua parte sommitale, a patto che i termini dell'intera questione si rendano perfettamente chiari, entro ciascun ambito e nella continuità tra di essi. Esperienza e ragione stanno a fondamento dell'edificio; logica e matematica ne sono la struttura portante. La scienza è approfondimento e applicazione interna al contingente: l'universo stesso, avendo anch'esso origine in altro da sé, e trapassando in altro, comprende sì ogni altro oggetto della nostra conoscenza, ma è pur sempre parte del tutto. La fisica in senso lato include la biologia, la biologia include la zoologia, la zoologia include l'antropologia, e l'antropologia include la psicologia umana. Tra i compiti della scienza rientrano l'analisi dei processi evolutivi per i quali dalla sensazione si arriva al pensiero, dall'istinto alla coscienza, e le definizioni di verità, ipotesi e volontà, in quanto enti psichici. A questo punto, per deduzione dal sapere empirico, il passaggio al piano filosofico diventa perfettamente praticabile. Qui non abbiamo più determinazioni da studiare, ma solo conseguenze da inferire; non c'è questa o quella cosa, ma “la” cosa, "l'ente in quanto ente", diceva già Aristotele e, più oltre, l'insieme degli enti in perenne divenire, il tutto; non il causato, ma l'assoluto; non l'accidente, ma la sostanza; non le entità limitate nello spazio e nel tempo, ma l'essere eterno. Tornando alle scienze, l'acquisizione dei concetti ontologici ne permette uno svolgimento libero dagli opposti condizionamenti del fideismo e dello scetticismo, e ciò ha particolari effetti nel costituirsi dell'etica come scienza antropologica.
  Portato a compimento, l'edificio sarà tanto soddisfacente da diventare in breve tempo il solo a svolgere le funzioni di scuola, di laboratorio e di studio per qualsivoglia progetto, individuale, sociale, politico. Immaginandone le conseguenze, non può essere che questa, espressa in estrema sintesi, la migliore delle ipotesi per il futuro.

lunedì 15 agosto 2016

L'essere stupefacente

   Lo Stato deve perseguire il bene collettivo: attraverso le sue istituzioni e le opportune consulenze, deve cioè a) esaminare i fatti che si svolgono al suo interno e quelli che lo coinvolgono all'estero, b) svolgere una costante attività di calcolo complessivo dei benefici e dei danni di ogni genere, sia per i singoli casi che per quelli generali, c) usare i dati ottenuti ed il potere di cui dispone per massimizzare i benefici e ridurre il più possibile i danni. Quel che il singolo cerca di fare per sé, è responsabilità dello Stato per la cittadinanza. L'avanzamento della scienza in tutti i campi fornisce strumenti essenziali allo scopo: quelle fisiche e antropologiche riducono il margine di errore, quelle filosofiche accrescono la coscienza e l'impegno.
  Tra i fattori che perpetuano tale compito c'è l'affacciarsi sul mercato di nuovi prodotti e tecnologie. Gli Stati hanno più volte permesso il diffondersi di mezzi, materiali e consumi che, insieme all'utilità, presentano risvolti esiziali. Durante l'espansione industriale, il danno collaterale al beneficio degli impianti, degli automezzi, delle sostanze chimiche, di materiali come l'amianto, fu ampiamente trascurato; dopo molti disastri, malattie e morti si sono cominciati a imporre i divieti e l'applicazione dei correttivi o sostitutivi che l'impegno scientifico ed ingegneristico hanno saputo predisporre, ma la consapevolezza della priorità mondiale di questi problemi è ancora insufficiente, e pressoché assente nei Paesi di recente sviluppo. 
   Un caso di particolare imprevidenza da parte dei governi è stato quello riguardante il tabacco da fumo. Dopo molti anni di totale permissivismo, il rapporto del tutto sbilanciato tra vantaggio e danno di questo prodotto, specie nella forma della sigaretta, è emerso in modo lampante, ma questo non è bastato per abbatterne il consumo. Solitamente, lo si inizia da adolescenti, quando, per le coscienze acerbe, fumare è segno di età adulta, poi l'assuefazione ne fa un pernicioso bisogno, e smettere è un'impresa. Le politiche di contrasto sono state avviate solo alla fine del secolo scorso, senza però spingersi fino al divieto totale, oggi in vigore nel solo Bhutan.
  Su altre sostanze, a causa degli effetti permanenti sul comportamento dei consumatori abituali, le legislazioni sono intervenute con ben altra sollecitudine, decretandone la proibizione assoluta al loro primo apparire. Tuttavia, non appena viene meno l'offerta legale, alla domanda provvede il contrabbando, con ottima organizzazione. Per ogni trafficante arrestato ce n'è un altro che inizia, allettato dalla prospettiva dei cospicui guadagni. Nella situazione di stallo che si crea, guadagna credito l'antiproibizionismo, che si appoggia, tra l'altro, sul diritto di far del male a se stessi, sulla contraddizione in cui cadono gli Stati quando vietano le cosiddette droghe "leggere", i cui effetti sono ancora allo studio, e non il tabacco e dell'alcol, cause certe di molti decessiIntanto, il vero obbiettivo, quello di far sì che la gente smetta di scambiare per balsamo i suoi più scadenti surrogati o il veleno camuffato, si allontana. Per questo, proibire non basta, e legalizzare non serve: ci vuole una nuova cultura, che si respiri sin dalla prima età, e che prenda forma compiuta insieme alla crescita naturale di ciascuno.
   Ad ora il miglior balsamo, seppure sotto gli occhi di tutti, pare vada indicato; non ai bambini, né a chi ha visto o vede frequentemente la morte in faccia, perché loro già sanno. È la realtà in cui siamo, ossia l'essere, il  percepire, il concepire. L'antica parete, la pianta che cresceil cane che aspetta l'amico umano fuori dal negozio, un buon piatto a tavola. La gentilezza di uno sconosciuto, la soddisfazione per un atto di giustizia, la commozione per una morte e quella per una nascita. L'infinito oltre le stelle, seguire col pensiero la catena delle cause fin nell'ignoto, capire che l'Insieme non ha causa, sentirsi leggeri. Quel che ci circonda, quel che è lontano, noi stessi: tutto può apparire sotto una luce, questa sì, stupefacente.







lunedì 8 agosto 2016

Amore e legge

   L'articolo 29 della Costituzione italiana, la cui genesi fu assai travagliata (vedi il contributo di V. Caporrella), non è tra quelli messi in discussione da voci autorevoli. Anche per le principali correnti laiche, le recenti esigenze di una società ampiamente mutata rispetto agli anni Quaranta sono adattabili a tale norma. Tuttavia, una sua certa modifica, tanto piccola graficamente quanto rivoluzionaria nei contenuti, sarebbe inevitabile qualora il nostro Paese fosse coinvolto nel profondo rinnovamento culturale che chiunque ami davvero la vita, l'intelligenza e la felicità non può che auspicare, per l'Italia e per il mondo. Con grande sollievo, scadrebbe allora il tempo dell'aspra, estenuante controversia che oggi, dentro e fuori il Parlamento, accende gli animi attorno al tema della famiglia, come non accadeva quando il campo etico era dominato dal cattolicesimo, il confronto interculturale era interesse di pochi studiosi, non c'era alcuna politica europea, l'omosessualità era un tabù e non erano ancora praticabili le tecniche di procreazione assistita. Questa modifica consiste nel sostituire la definizione di famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio", con quella di nucleo della società fondato sull'amore. Lo Stato, constatata l'idoneità fondamentale dei richiedenti, dovrà riconoscere non anche, ma soltanto le unioni civili, indipendentemente da fattori estrinseci al sentimento come il sesso, il numero o la consanguineità, e ratificare gli eventuali annullamenti. Diritto inviolabile dei minori, oltre alle cure e alla cultura proporzionate all'età, è quello di non essere sottoposti ad alcuna oppressione psicologica se allevati da una coppia omosessuale. Non sarà vietata alcuna via diversa da quella puramente naturale per generare una vita. Chiunque sarà libero di celebrare il matrimonio secondo qualsivoglia tradizione o rito, ma esso non avrà alcun valore giuridico, e di conseguenza non ne avrà il divorzio; i legali specializzati avranno modo di riconvertire la loro lucrosa attività.
   Una parola al posto di un'altra, un mondo nuovo, adatto a chi desidera goderselo in pace.






sabato 6 agosto 2016

Lo Stato e il pensiero

   Rispetto alle differenti impostazioni generali del pensiero che si manifestano in una popolazione, vi sono due tipi di Stato: quello esclusivo, secondo cui una soltanto di esse è legittima, e quello inclusivo, che riconosce a tutte il diritto di trovare espressione e di partecipare alle decisioni importanti. Questo secondo tipo, dopo secoli di vicissitudini spesso tragiche, sembra oggi essersi definitivamente affermato nei Paesi che, anche per questo motivo, si definiscono progrediti.
  Al problema dei frequenti disaccordi sulle decisioni di interesse pubblico che inevitabilmente si pone con l'adozione del modello inclusivo, la risposta principale sta nel sistema della competizione elettorale periodica fra le rappresentanze politiche, con l'intento di far sempre prevalere il punto di vista di volta in volta maggioritario. Non che la maggioranza, fosse pure assoluta, sia infallibile, ma l'adagio secondo cui sbagliando si impara vale per la collettività come per il singolo: in caso di errore o di inadeguatezza, si può cambiare linea abbastanza agevolmente, e migliorare. È un principio di evoluzione culturale e sociale, un lento processo che in futuro potrebbe dar luogo ad una coscienza collettiva abbastanza elevata ed omogenea da rendere obsoleto anche il sistema attuale: come alle repressioni di un tempo sono succedute le attuali baruffe, così anche queste allora si estinguerebbero, lasciando l'intero campo alla logica e al dialogo.


martedì 2 agosto 2016

Dio

   Dio, nel senso più ampio, è colui che è immaginato come dotato di vita eterna, virtù sovrumane ed immenso potere. Se si aggiunge l'unicità sono esclusi i politeismi; ultramondano o spirituale non vale per il panteismo; se lo diciamo anche creatore e legislatore dell'universo, siamo all'idea del trascendente più diffusa al mondo, essendo propria delle religioni ebraica, cristiana e musulmana. Dal punto di vista cristiano, che il credo trinitario possa sembrare in deroga al monoteismo è per i limiti della razionalità umana, oltre i quali solo la grazia della fede può condurre l'anima sperduta alla verità. Lo scandalo suscitato dal trinitarismo presso le altre due religioni del Libro è poco giustificato, se si considera che ad un primo livello, per così dire, rispetto a quel che avviene nel cristianesimo, una messa in disparte della razionalità già si verifica nel loro caso, anzi è insita nella religione in genere: ciò ha le sue ragioni, che la ragione, parafrasando Pascal, può ben conoscere. C'è nella fede religiosa un certa affinità con le paure e le esigenze infantili, un tremare per l'ignoto ed il buio che appaiono oltre la finitezza umana, ed un'attrazione invincibile per il mito, l'analogo della favola, quando sappia colmare il vuoto con meravigliose e salvifiche presenze. Tutto comprensibile, quasi commovente, ma di umanità matura si potrà parlare solo quando, riguardo a ciò che resta fuori dalla sua possibilità di conoscenza, non risicate minoranze, ma la grande maggioranza preferirà lasciare indeterminato ciò che oltrepassa sia l'esperienza che la deducibilità logica, anche quella di ipotesi sensate, piuttosto che farsi sedurre dall'arte mitopoietica. Scompariranno dall'uso corrente i termini con cui si è sempre indicato l'uomo intellettualmente onesto, il puro filosofo, ovvero non credente, ateo e agnostico, la cui forma negativa e privativa sottolinea una collocazione posteriore o minoritaria rispetto all'altra. Soprattutto, l'umanità saprà definitivamente aprirsi allo spettacolo del mondo, scoprire tutto il valore dell'esistenza, come, per troppa inquietudine, non ha potuto ancora - se non vi saranno eccessivi ritardi, naturalmente.

sabato 30 luglio 2016

Religione e guerra

  L'uomo non vive di solo pane, come si sa, ma anche di idee. Dal punto di vista della filogenesi viene prima il ventre rispetto al cervello, ma, a sviluppo compiuto, chiedersi quale dei due sia più importante non ha alcun significato. In una torre è più importante la base o la sommità? Senza la prima la seconda non si regge, senza la seconda non c'è più la torre. Così, l'uomo porta con sé entrambe le sue parti essenziali in tutto ciò che fa, compresa, purtroppo, la guerra: a torto o a ragione, egli combatte sia per il “pane”, ovvero i beni materiali, che per le idee, e se fra le varie idee disseminate nel collettivo in armi una posizione dominante, o almeno rilevante, è occupata da una fede religiosa, la commistione di religione e guerra è cosa fatta. Richiami alla pace e correnti oggi definibili come nonviolente esistono in tutte le maggiori religioni, ma in nessuna sono tanto forti da creare un'incompatibilità tra fede e guerra. L'atteggiamento delle autorità religiose, figure non sempre distinte dai politici, non è mai stato univoco, nemmeno in seno alle singole confessioni; quanto ai popoli, ai capi politici in genere ed ai militari, prima del secolo scorso a professarsi credente in una certa fede religiosa era la totalità, sono a tutt'oggi la maggioranza, e le guerre non sono mai mancate. Sono le costituzioni e gli accordi internazionali di ispirazione laica ad affermare il ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (articolo 11 della Costituzione italiana).
  La differenza religiosa è stata tra le cause di molti conflitti. In senso stretto, le guerre di religione furono quelle che videro contrapporsi cattolici e protestanti dalla metà del XVI secolo alla metà del successivo, ma l'espressione, per quanto riduttiva, può valere allo stesso modo per un gran numero di fatti bellici, tra cui quelli che coinvolsero i musulmani. Per un verso, il nostro tempo sembra a corto di fantasia, visto che siamo ancora alle prese con una guerra che vede una delle due parti combattere al grido di Allāhu Akbar, ma vi sono anche macroscopiche differenze: uno dei fronti è come diluito in quasi tutto il pianeta, anche in conseguenza della massiccia emigrazione verso l'Occidente iniziata dopo la fine del colonialismo; vi è un impiego inaudito del terrorismo suicida, ed il reclutamento può avvenire anche online. Queste anomalie mettono l'altra parte in grande difficoltà, ma a rendere incerto l'esito favorevole che dovrebbe esserle garantito dalla sproporzione tra le due forze, una setta islamica ed il resto del mondo, è la disunione interna, la babelica eterogeneità ideologica e le polemiche tra fazioni, perciò la diffusione di valori universalmente condivisibili le è più che mai necessaria. A tale scopo, non serve porre l'enfasi su questo o quel credo e sui suoi rappresentanti, serve la forza mediatrice ed unificante della laicità.

lunedì 25 luglio 2016

Il politico

  Nel mondo che immagino, la figura dell'uomo politico, responsabilità a parte, non è diversa da quella di ogni altro dipendente pubblico. Dopo gli studi opportuni, anch'egli, come in Italia avviene per il magistrato e la maggior parte degli insegnanti e dei medici, è ammesso per concorso all'attività di sua competenza, che inizialmente è quella dell'amministrazione locale; vincendo un secondo concorso, approda alle istituzioni statali, che eleggono le massime cariche. Parte essenziale del suo compito è l'interlocuzione con i diversi settori della società: professioni, mestieri, scuole, famiglie, pensionati, disabili. In questa ed in ogni altra sua azione, legislativa ed esecutiva, il politico è guidato da un concetto fondamentale: sono legittime le esigenze di ciascuna parte, individuo, regione o classe, se non contrastano con le esigenze dell'insieme che egli rappresenta, per il quale, in rapporto alla comunità mondiale, vale tuttavia lo stesso principio. Egli ha dunque una forte coscienza etica, a sua volta legata a concetti ancora più estesi.
  Ma torniamo alla realtà: finché di tali concetti non si attuerà un vero e proprio radicamento nella coscienza collettiva, la politica presenterà sempre quei singolari aspetti che, se da un lato ne fanno uno spettacolo televisivo degno dello sport e delle migliori fiction, rendono quanto meno complicato il conseguimento dei fini suoi propri. I raggruppamenti in cui è naturale che il mondo politico si suddivida, anziché confrontarsi per convergere verso la maggior ragione possibile, appaiono come schieramenti e fazioni che si combattono a suon di accuse tra le più pesanti, ed al perpetuarsi di tale clima la legittimazione del potere attraverso il voto popolare può diventare un alimento. Non è certo insolito che il politico, a causa dell'oggettiva impossibilità di una conoscenza adeguata alla formulazione di molti giudizi da parte di tutti, sostituisca pubblicamente la verità con l'ipotesi o, peggio, con la menzogna, sia per attaccare l'avversario che per difendersi: quel che importa è l'effetto persuasivo presso l'elettorato. Il rischio che il politico tenda a perseguire occultamente un interesse soltanto suo è quantomai concreto, ma, prima che il collegamento tra una certa gestione del potere politico e la condizione collettiva sia universalmente acclarato, chi dovrebbe pagare ha solitamente tutto il tempo per organizzare la propria difesa, rendendo perenne la disputa.
  Nascondere la verità non è certo una prerogativa della politica, è anzi prassi diffusa un po' ovunque; in casi estremi, avendo cioè a che fare con criminali o pazzi pericolosi, può essere lecito, cioè non in contrasto con l'interesse generale, ma questo vale anche per l'omicidio. Scoprire la falsità del politico, il cui agire riguarda direttamente l'intera comunità, è dunque rivelare un'accusa generalizzata, accusa di incoscienza, se non di pazzia: accettabile per chi è particolarmente nei guai con la propria coscienza, non certo per tutti. È dunque compito di chi, con ottime ragioni, non si riconosce nella categoria dei pazzi elevare nella misura del possibile il livello della coscienza collettiva.

venerdì 22 luglio 2016

Populismo occidentale

   In parallelo con il ripiegamento economico degli ultimi anni, il ricorso al termine "populismo" è diventato frequente nella discussione politica italiana, secondo un concetto ben più spregiativo rispetto al movimento russo ottocentesco, e persino a quello riferito ai regimi latino americani, poiché nell'area definibile come “Occidente” il fenomeno denota una chiara involuzione. Gli accusati, a volte, rispondono rivendicando la legittimità originaria del termine, ed attribuendo a chi ne fa uso in tono polemico uno spirito elitario, perciò è importante darne una definizione che permetta di cogliere ad un tempo gli elementi comuni e quelli distintivi dei vari oggetti - movimenti e leader - a cui ci si riferisce.
  Perché sorga il populismo devono essere crescenti i motivi di scontento e di protesta di una consistente parte della popolazione di uno Stato, o contro un’altra, o contro un altro Stato. In questo caso, appare immancabilmente l'oratore che in ogni suo intervento pubblico si pone come voce del popolo, nell’accezione del termine dove maggiormente rimarcata è la contrapposizione tra grandi gruppi. La promessa di questi leader e dei loro partiti è che, una volta ottenuto il comando, agiranno nell'esclusivo interesse del popolo, a differenza di tutti gli altri. La maggioranza lavoratrice, nelle campagne o nelle fabbriche, ha subito per lungo tempo angherie tali da giustificare ogni tipo di rivolta, ma per i progressi reali si dovette attendere in ogni caso che la situazione divenisse abbastanza pacifica da rendere possibile un processo riformatore volto a ridurre le sperequazioni. A destra, più che alla contrapposizione tra classi interne allo Stato, il richiamo al popolo è legato a specificità storiche, culturali, linguistiche, finanche etniche: questa forma di populismo sorge dunque dal contrapporsi di una nazione ad un'altra, oggi acuita dall'immigrazione di fuggiaschi e poveri da Africa e Asia.
  All'accentuazione delle distanze tra gruppi, primo aspetto comune ai populismi, segue, laddove essi giungano al governo, una scarsa o inesistente propensione al confronto parlamentare, al dibattito interno ed esterno, alla suddivisione bilanciata dei poteri; a ciò è preferita la decretazione dall'alto, ed il ricorso alle consultazioni popolari su singole questioni è di tipo plebiscitario. Un costituzionalismo non camuffato è l’opposto del populismo non meno che della monarchia assoluta. La Convenzione nazionale francese, l’Unione Sovietica e i regimi fascisti sono tutti esempi storici di populismo al potere, ed è notorio come nessuno di questi consentisse la libera discussione. In modi e tempi diversi, tutti gli odierni Stati costituzionali del vecchio mondo hanno vissuto epoche autoritarie, e assai di rado le transizioni da un sistema all'altro si svolsero senza spargimenti di sangue. Con tutto ciò, le condizioni favorevoli al populismo, oltre a permanere nei Paesi meno progrediti, riappaiono oggi in Europa e negli Stati Uniti, principalmente a causa delle ondate migratorie, del terrorismo di matrice islamica e di nuovi fenomeni di povertà. 
  Ad ora, estate del 2016, nessuno dei nuovi movimenti populisti occidentali è giunto al potere, obbiettivo che viene da essi posto nel rispetto delle vigenti regole elettorali. I precedenti storici sono preoccupanti, ma dicono pure che difficilmente i grandi progressi collettivi avvengono senza drammatici errori. È evidente come di un tale progresso, dove più e dove meno nel mondo, continui ad esservi bisogno, ma il riformismo illuminato che sorgerebbe grazie al completamento dell’edificio filosofico permetterebbe di ottenere il risultato in un modo semplice, definitivo e poco doloroso.