giovedì 9 novembre 2017

Trio

   Giardini pubblici di una città. Un portafogli giace sull’erba, poco distante dal sentiero. All’interno, la carta d’identità del signor Yamamoto, varie tessere, banconote per trecento euro. Nei dintorni, passeggiano, ognuno per conto proprio, i signori Jong, Park e Martin. Il caso vuole che i tre abbiano caratteri ben determinati, ma ciascuno a proprio modo: le loro posizioni sono nette come i tre vertici di un triangolo, nella cui area molti si stabiliscono e molti altri si spostano.
   Se il portafogli lo vedrà per primo Jong, il denaro finirà rapidamente nelle sue tasche, il resto in un cestino.
   Negli altri due casi, Yamamoto riavrà il portafogli col denaro. A lui non interesserà granché saperlo, ma le motivazioni psicologiche dell’uno non sono le stesse dell’altro.
   Park crede che appropriarsi di cose altrui sia atto peccaminoso, punito dallo Spirito.
   Martin pensa che quando è possibile risalire al proprietario, sia giusto fargli riavere ciò che ha perso, per i principi di giustizia, di solidarietà, di civiltà su cui si basa la vita sociale del nostro tempo.
   Se, in riferimento alle possibili conclusioni del fatto, Park e Martin si trovano dalla stessa parte e Jong in quella opposta, un altro aspetto accomuna Jong e Martin: nessuno dei due crede in un dio o in un karma, ambedue si attengono alla pura razionalità. Dunque, si direbbe che la ragione non sia universale, come sostiene la maggior parte dei filosofi, che del resto giungono a conclusioni diverse l’uno dall’altro a proposito di eguali argomenti. Tuttavia, la realtà è come un immenso poliedro, e ci si può illudere di averla ben compresa dopo aver visto e misurato solo una o alcune delle sue facce. Martin ha indagato più di Jong, conosce molte più facce del poliedro, perciò, nonostante impieghino lo stesso strumento, i loro comportamenti possono divergere completamente, soprattutto quanto al valore. 
   In questa circostanza, come in altre, le conclusioni della razionalità confermano i sentimenti di chi non si attiene ad essa, se non per la prassi più spicciola. Park è un sincretista, pensa che in tutte le religioni vi sia un “fondo di verità comune”: verità intesa come rivelazione, illuminazione o intuizione soprannaturale, cioè irrazionalmente. Queste “grazie divine”, o lumi spirituali, sono in realtà suggestioni mitiche, simboliche e rituali, spesso capaci di accendere i sentimenti dell’infinito, dell’unità e della giustizia prima che se ne abbia il chiaro concetto. Sono così evitate le ardue imprese della pura e adulta ragione, con il rischio che comportano, quello di fermarsi troppo presto e di sprofondare nelle paludi della crudeltà o dell’angoscia; ciò significa, però, rinunciare ai superiori obiettivi della coscienza, ed è questa un’altra stagnazione.



Avventure invisibili

   I. Ottobre

    Nella testa di Smith il commerciante, che sta guidando la sua vettura lungo un’autostrada sgombra, procede da alcuni minuti una certa sequenza di pensieri, un misto di ricordi e considerazioni, sotto forma di immagini e parole che si susseguono e spesso si accavallano. Tutto sembra regolare: il dipolo estetico, dispositivo psichico che reagisce alle percezioni, esterne e interne, secondo la propria scala di valori, ha un segno blandamente positivo, finché la catena presenta un anello che, d’un tratto, fa calare l’asticella estetica di parecchi gradi. È quel broker, Bernard, il suo atteggiamento freddo, la necessità di incontrarlo di nuovo, tra breve. Ma c’è anche l’errore del giorno prima, quando Smith, parlando con Fernandez l’orefice, ha attribuito a Oscar Wilde un verso di Keats, poi gli è sorto il dubbio, e Fernandez, che non aveva detto nulla, se n’era ormai andato, e chissà che cosa avrà pensato. In questi casi, vi sono tre possibilità principali: fissarsi sul fatto spiacevole, soffermarsi su di esso per un tempo limitato, o cambiare oggetto d’attenzione in un attimo, non appena avvertita la sensazione negativa. Ogni scelta ha proprie motivazioni e proprie conseguenze. Indugiare su un oggetto psichico che trasmette una sensazione molesta, sia esso ricordo, concetto o costruzione immaginaria, testimonia a se stessi una difficoltà personale, che si spera di superare riflettendo, sviscerando i vari aspetti del problema. Questo costringe il soggetto a una sofferenza, variabile per durata e intensità, secondo che la riflessione sia proficua o, al contrario, si contorca da ogni lato senza venire a capo di nulla. Smith, ad esempio, tende a rimuginare, invece Fernandez si sbarazza dell’oggetto fastidioso con una rapidità sorprendente. Di solito, ciò è dovuto all’incoscienza, alla pigrizia, all’attitudine irresponsabile di chi non vuole affrontare la realtà, quando non è piacevole; tuttavia, passano giorni, mesi, anni, e lui è sempre tranquillo, di buon umore, lontano dai guai. Il suo caso non è neppure quello del cristiano convinto, del buddhista, del seguace di Steiner, di Gurdjieff, di Beinsa Douno il Bulgaro; di chi, in genere, crede di apprendere da un maestro spirituale, vivo, morto o resuscitato, il modo giusto per liberare l’anima dai suoi mali. Per Fernandez, lo sdoppiamento del mondo e dell’uomo in materia e spirito non rappresenta la realtà. La sua mente ha una ragione ottimale, molto allenata, in grado di respingere ogni tentativo di mortificazione, da qualunque parte provenga, ne trae anzi nuovo vigore. Può sbagliare, ma ciò non riguarda in alcun modo le acquisizioni principali dell’umana coscienza, perciò, quando succede, lo riconosce senza difficoltà, anche apertamente, palesando in tal modo la differenza assiologica tra i concetti.
   Manca una trentina di chilometri per l’uscita autostradale, e il cervello di Smith ha circa venti minuti di tempo libero, essendovi sempre scarso traffico. Fernandez non è glaciale come Bernard, anzi, solitamente è affabile e comprensivo. Smith prova piacere ogni volta che lo vede, ne ha anche una certa invidia, seppure non sia né più ricco né più bello di lui. Lo conosce da poco, e non può sapere che il passato psicologico dell’orefice comprende un periodo di tre anni e mezzo durante cui ha attraversato i territori più insidiosi, incontrato mostri degni degli antichi poemi, sfiorato più volte la caduta da cui non ci si rialza. Smith lo percepisce come un fortunato, e lo è, ma dimentica che la buona combinazione genetica è nulla senza l’apprendistato, le prove, l’esercizio, e più sono severi, migliore è l’esito, una volta superati. Comunque, questa differenza fra lui e Fernandez è per Smith un motivo di disagio più intenso di molti altri. In cerca di soluzioni, egli comincia ad accarezzare l’idea di seguire un corso di meditazione. S’informerà.


   II. Dicembre

   Mentre percorre la solita autostrada, Smith torna col pensiero all’esperienza di meditazione fatta un mese fa. La scelta non fu semplice, per l’enorme varietà delle offerte che si trovò di fronte, anche considerando solo la sua provincia, e poi dovette considerare le differenze di prezzo. Un corso più caro corrispondeva a un metodo più efficace? A una dottrina più vera? Scommise con la sorte che non fosse così, e scelse un corso a libera offerta, uno tra i meno ermetici, almeno stando alla presentazione. In effetti, era abbastanza semplice, ma improntato ad un’austerità di tipo monastico che gli costò non poco sacrificio. Tuttavia, il commerciante è poco propenso a proseguire il cammino con un secondo corso più avanzato, come prevedono tutti i metodi del genere. Ora egli cerca di evitare le solite lotte estenuanti con i pensieri aggressivi, spostando la sua attenzione su piccole cose, come il proprio respiro, il battito del cuore, alcune formule riposanti, ma gli si è insinuata una nuova percezione sgradevole, senza una precisa forma logica, risalente alle persone incontrate in quel ritiro, in primo luogo Jensen il maestro: la sua gentilezza non gli è sembrata genuina, e a volte ridacchiava per un motivo che non capiva. Con gli altri frequentatori ha comunicato poco, alcuni erano troppo introversi, dopo il corso non ha visto o sentito nessuno di loro. Di questa sua esperienza, Smith non ha fatto cenno con Fernandez, e men che meno con Bernard, temendo che potessero sorriderne. Uno simpatico, l’altro antipatico, ma in fondo ambedue vanno avanti tranquillamente, come i tanti che di quelle tecniche di meditazione hanno sentito parlare, ma non ne sono minimamente attratti. I più, in genere, mostrano indifferenza verso tutto ciò che dovrebbe elevarli spiritualmente, allo stesso modo di quel che è ovvio e continuo, come il fatto di camminare o di respirare, almeno finché la salute li assiste: proprio i due aspetti del corso scelto da Smith, dove il secondo è propedeutico al primo, per chi decide di proseguire. Egli si chiede chi abbia più ragione fra immanenti e trascendenti, e non sa rispondersi: se i primi li si può dire grossolani e banali, i secondi possono essere inattendibili e altezzosi. Forse l’ideale, per l’essere umano, è una posizione intermedia fra tali opposti e, nel tentativo di immaginarsela, gli torna in mente l’orefice: è lui, tra i suoi conoscenti, quello a cui meno si possono attribuire i difetti dell’uno e dell’altro tipo. Quando lo rivedrà, però, si guarderà bene dall’entrare direttamente nel discorso, altrimenti gli attribuirebbe un ruolo simile a quello di Jensen, e non è certo il caso. Si parlerà di lavoro come al solito, di qualche argomento di attualità, forse si entrerà in qualcosa di personale, ma senza troppo approfondire: Smith, insomma, cercherà di evincere dalla conversazione ordinaria quali contenuti psichici rendano la personalità di Fernandez quella che è, anche e forse soprattutto dai modi dell’espressione, verbali e visivi.


   III. Febbraio

   Smith entra nella cucina di casa sua per prepararsi un tè. Ha incontrato Fernandez due volte; durante la seconda, quattro giorni fa, il commerciante è stato poco loquace, per una punta di vergogna provata durante la conversazione precedente, quando la sua aumentata voglia di parlare con lui era stata fin troppo palese. Fernandez, però, non ne sembrava stupito o infastidito, interloquiva con lui volentieri. Tra le righe delle osservazioni su certi nuovi sistemi espositivi, quelle sulla situazione economica e politica in alcuni Paesi africani e altre ancora, Smith cercava di scoprire il segreto di quello spirito, e ora riprende la sua fatica, servendosi della memoria. Egli intuisce che la fede religiosa, nel caso dell’orefice, ha poca o nessuna importanza, tuttavia, a quanto gli risulta, esistono credenze filosofiche ed esoteriche che si differenziano in qualche modo da quelle religiose. In verità, la credenza non va confusa con la certezza, come fa chi aderisce mentalmente a un oggetto immaginato allo stesso modo di come ognuno di noi aderisce all’oggetto conosciuto, il mistico persino con più forza. L’errore è tanto più consistente quanto più la credenza è improbabile e in contraddizione con il concetto, ma sono proprio l’improbabilità e la contraddizione a caratterizzare e sacralizzare l’oggetto della credenza religiosa. Il fatto che tale differenza sia spesso sfuggita ai filosofi stessi è la principale causa per cui il concetto della filosofia è correntemente spurio; basta attenersi all’etimo per comprendere che filosofia è volontà di sapere, non di credere. Credenza filosofica, dunque, può essere solo quella probabile, razionale e pur sempre distinta dalla certezza, a cominciare dalla previsione che domani il sole sorgerà, fino allo stabilirsi definitivo della pace nel mondo. Quelle a cui pensa Smith in termini di credenze filosofiche, invece, si distinguono dalla fede religiosa soltanto per la non appartenenza ad alcuna religione popolare, come l’iperuranio di Platone, le ipostasi di Plotino, il dio modale di Spinoza. Lo stesso vale per le credenze esoteriche: qui, anzi l’analogia con la fede religiosa è maggiore, giacché attorno ad esse tendono a crearsi comunità fornite di simboli e riti, spesso attinti da culti preesistenti. Se la ricerca ha condotto Smith in questa direzione è perché credenze metafisiche e superiorità d’animo sembrano congiungersi, ma quella superiorità è tale solo rispetto a una ragione povera, provvisoria, quella che non oltrepassa il perimetro dell’io individuo, e soffoca in esso. Al contrario, in confronto alla ragione estesa, e al sapere e all’etica che da essa procedono, la fede metafisica presenta immancabilmente i segni dell’inferiorità, per come imbriglia la logica, umilia lo spirito critico, diminuisce la libertà, si manifesta in forme confliggenti tra loro. La sapienza, la pace, il bene originati dalla fede altro non sono che una premonizione, il segno del desiderio di quelli veri.
   Un’altra ipotesi considerata da Smith, ma da lui esclusa dopo le ultime conversazioni con Fernandez, è quella di una speciale e innata capacità intuitiva, che attraverso il sentimento, senza coinvolgere la ragione, muova l’anima sempre nella giusta via. Entrando in argomenti pragmatici e politici, l’orefice si è dimostrato un po’ troppo logico perché lo si possa ritenere guidato solo dall’intuito; se poi questo è pensato come una facoltà separata e financo antitetica al raziocinio, si sconfina dalla scienza al regno immaginario del paranormale, non certo il più affidabile. La ragione sarebbe solo un ingombro se un’anima comprendesse verità e compiesse buone scelte senza il suo apporto, con una consistente riduzione dei tempi e della fatica. Realisticamente, tuttavia, più le questioni sono complesse e gravate di responsabilità, più trascurare il ragionamento, monologico e dialogico, è rischioso e, oltre un certo limite, del tutto folle. In gran parte, la speciale capacità a cui sta pensando Smith è un sogno di leggerezza, a fronte di una realtà assai impegnativa.
   Anche dare per concluso un ragionamento quando non lo è ha conseguenze nefaste, dalle quali non resta che imparare. Se vi è dunque un intuito o sentimento prezioso, esso riguarda non tanto i fatti esterni alla coscienza, quanto gli interni, e precipuamente l’eventualità che la ragione, rispetto a un certo fatto da comprendere, sia incompleta: è un’intima insoddisfazione, che spinge a sospendere l’azione corporea e a riprendere quella psichica. Proprio questa è la misteriosa qualità di Fernandez che Smith va cercando, e che è lontano dallo scoprire. In passato, quando quella sensazione di vuoto è stata in lui più forte, Fernandez ne ha sofferto, ma ora la avverte di rado, è più breve e non gli procura alcun disagio, col tempo è diventato un automatismo mentale quasi piacevole. La mancanza di tale virtù spiega anche il carattere poco amabile di uno come Bernard: la sua ragione, arrivata a un certo punto, si arresta scetticamente, e nulla può spingerla oltre, nemmeno la riduzione al minimo dell’altrui amore, fatto al quale il broker si è adattato, e che ricambia, con velato sadomasochismo. Smith non si è ancora abituato al disagio e non intende farlo, diventerebbe come Bernard, ma non trova la via d’uscita, perché allettato dall’immagine dell’illuminazione metafisica molto più che dai travagli del ragionamento. E poi, dell’intera problematica egli ha solo un sentore, non un chiaro concetto.
   Il tè è pronto, Smith si accomoda sulla sua poltrona, cerca di concentrarsi sull’atto di sorseggiare e assaporare la bevanda.


   IV. Aprile

   Smith fa una camminata per raggiungere un negozio, e ripensa alla dottoressa Smirnova, la psicoterapeuta presso cui è in cura da tre settimane. Lui ne è quasi innamorato. Certo, Smirnova ha un aspetto piacevole, come pure la voce, ma, soprattutto, la dottoressa ha dimostrato di non essere eccessivamente legata agli schemi analitici di scuola, e non lo ha fatto sentire né infantile, né dominato da un super-io autoritario. La sofferenza di Smith ha una radice più elevata, per così dire, più cerebrale rispetto ai casi più frequenti, e mal si adatta alle solite eziologie psichiatriche; non per questo è meno pericolosa, anzi, sta ostacolando le sue attività più importanti, e minaccia di portarlo a uno stato depressivo. Dopo i primi incontri, affrontati i temi e riflettuto, Smirnova gli ha proposto una terapia basata sull’interazione tra uomo e asino. La cosa lo stupì molto, ma la reazione era prevista, e la dottoressa continuò imperturbabile, parlandogli di Linna, un delizioso luogo in collina, non troppo distante, dove un suo collega, insieme ad alcuni assistenti, dirige un centro di zooterapia, sia con asini, cioè onoterapia, che con altri animali. Lei stessa vi si reca più volte l’anno, gli disse, non solo per collaborare, ma anche per il proprio beneficio. Da ragazzo, Smith ha posseduto un cane, ma dopo la sua morte, per la quale soffrì molto, non ha più avuto contatti diretti con animali. Non ricorda di aver mai visto un asino dal vivo, e non aveva mai pensato che ciò potesse avere importanza, ora, però, prova una certa curiosità, anche perché da uno psicoterapeuta si aspettava tutt’altro, come test, sedute di ipnosi o esercizi mentali da svolgere. Smirnova non glielo ha detto a chiare lettere, ma ritiene che entrando in rapporto con l’asino, sotto la guida dello staff, scoprendone l’anima e affezionandosi, il paziente sia indotto a modificare il criterio con cui tende a valutare l’essere umano, che secondo lei è indice di un potenziale disturbo bipolare. Importante è che Smith abbia un programma personalizzato, e che gli incontri avvengano in orari diversi da quelli di chi soffre di patologie o sindromi di tutt’altro tipo. 


   V. Giugno

   Mentre è coricato sul suo letto, Smith sta ripercorrendo con la memoria il suo incontro con Fernandez del giorno prima, e si diletta dell’approvazione manifestata dall’orefice nel sapere della sua esperienza con gli asini di Linna. In realtà, il suo è stato un racconto manchevole, non avendo egli detto che la persona da cui ha saputo dell’allevamento è una psicoterapeuta, cui si rivolse come paziente, e che questa è appunto una terapia, indicata per disturbi di vario genere. Smith ne ha parlato come di una scelta successiva a un’informazione casuale, e più che altro si è soffermato sul suo contributo alla cura degli animali e sullo scambio di affettuosità reciproche, in particolare con Abel, un somarello di due anni. Il piacere per i complimenti di Fernandez, dovuti alla sua descrizione degli amabili equini, del luogo in cui vivono e delle sensazioni che ha provato, ha dovuto perciò fare i conti con un dubbio su di sé, non essendo stato del tutto sincero. Tuttavia, la sua è stata più un’omissione che una distorsione dei fatti e, in fondo, non è stato così grave escludere dal racconto una parte, per quanto importante. Non era mica una deposizione in un processo. Così, la sensazione positiva si riduce alquanto, ma resta, e per lui è già un successo.
   Maria, la compagna di Smith, donna poco espansiva, ha percepito il miglioramento dell’umore di lui, oggi in particolare, e l’idea dell’onoterapia, della quale non sapeva che cosa pensare, comincia a sembrare buona anche a lei. Smirnova ha dunque visto giusto: Smith aveva bisogno di distogliersi da una fissazione, quella dell’inspiegabile superiorità di alcune anime, e di porsi in un altro punto di vista. Ha guardato al di fuori della specie razionale, ma non fuori dal vivente, dal sensibile e dal comunicante, e ha incontrato un’altra specie, che a noi si è affidata e che ci chiede con muta dolcezza di non essere tradita, ricambiandoci in molti modi. È stato l’asino, e ora Smith pensa di adottare un cane o un gatto, di quelli che aspettano nei rifugi. La loro felicità è segno della nostra affidabilità, e la presenza di quel sentimento in noi è segno del nostro essere coscienti.
   Immagini ipnagogiche sempre più indescrivibili prendono via via possesso della mente di Smith, finché si addormenta, e nel sonno le immagini e i suoni diventano quelli del sogno, il sostituto della vita durante il riposo naturale dei muscoli e della coscienza. Buonanotte, Smith.

venerdì 27 ottobre 2017

Il pasto della ragione

   «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». Massima antica, mondiale, ripetuta in infinite occasioni. Tuttavia, se un ragazzino esigente ci chiedesse “perché”, noi, persone morali, gli dovremmo una risposta, e se non fosse soddisfatto, non trovandola poi altrove, né da sé, crescendo potrebbe diventare un criminale, ladro e assassino incallito. Da quel momento in poi, tra le cose che costui non vorrebbe gli si facessero c’è, ovviamente, l’essere arrestato, e se, un bel giorno, decidesse di applicare la regola, dovrebbe rinunciare non solo al crimine, ma anche a ostacolare chi lo compie. Bell’assurdità. La ragione non si pasce di massime, e neppure di sentimenti, ma di concetti, e farle patire la fame ci svaluta come esseri umani.
  Torniamo dunque indietro, e rispondiamo al ragazzino. «Ascolta, Eros (mettiamo sia il suo nome), prova a immaginare che nessuno mai seguisse questa regola, che ognuno di noi si comportasse con l’altro come nessuno vorrebbe si comportasse con lui: sarebbe la guerra perenne di tutti contro tutti, nessuno sarebbe amico di nessuno, tutti nemici di tutti. Sarebbe impossibile qualunque tipo di società, qualsiasi cultura; la stessa specie umana rischierebbe di estinguersi, perché un bambino potrebbe nascere solo dallo stupro. Sai che cos’è lo stupro, vero? Ti sembra bello tutto questo?».
   Eros riflette un poco, poi se ne esce con questa replica: «Ma allora, se io vedo che qualcuno segue la regola, io posso anche non seguirla. L’importante è che ci sia qualcuno che la segue, no?». L’obiezione ha evidentemente una sua logica, quindi non solo la massima, nemmeno la nostra spiegazione è sufficiente. La ragione, quella dell’adolescente e la ragione in quanto tale, non è ancora sazia. Dobbiamo andare avanti, senza adirarci, ma con fermezza.
   «Ah, dunque vuoi essere un parassita? Uno che approfitta dell’impegno altrui per conservare o, dov’è possibile, migliorare il livello della nostra vita, senza contribuire in alcun modo, anzi ostacolando, impedendo? Sei libero di farlo, ma non è questo il tuo vero interesse, non è l’interesse di alcun individuo, anche se, organizzandoti in un certo modo, potresti far soldi. Più felice di tutti è chi è amato da tutti, e tu sarai, al contrario, uno degli esseri più odiati. Nemmeno i tuoi soci, se ne avrai, ti ameranno, nessuno di quella risma può amare, ma solo aggregarsi per opportunità ai suoi pari e rispettare il più forte per timore. Vuoi diventare celebre come criminale? Sarai odiato anche da morto. Il tuo valore come persona, e ognuno di noi ne ha uno, sarà sotto lo zero, e non cambia, che tu riesca o meno ad evitare il carcere o quale altra pena preveda lo Stato. Comunque, ormai sei grande, se tu deciderai di imboccare quella strada io me ne accorgerò subito: te lo dico, non aspettarti da me il minimo appoggio, io ti ho parlato e ti parlerò così sempre, per te non potrò far altro che questo, non sarò mai complice di una sanguisuga, con tutto il rispetto per gli incolpevoli Irudinei».
  A questo punto, a Eros non resterebbe che dichiararsi privo di qualunque amore per la specie umana, e favorevole alla sua estinzione. Il giovinetto non arriva a tanto, ma potrebbe darsi che lo faccia un altro - chiamiamolo Ade -, perciò noi, sempre con calma e senza dire «tu sei pazzo» o simili, proseguiamo.
   «Ade, ogni individuo umano, come ogni animale, ha una volontà, e la volontà dell’individuo collettivo che chiamiamo specie è l’insieme di tutte le volontà individuali. Queste possono armonizzarsi nella ricerca del bene comune, o contrastare, come accade quando il singolo o un gruppo amano se stessi e odiano tutti gli altri. Ovviamente, l’individuo e il gruppo, per quanto forti possano essere, sono in una situazione di inferiorità rispetto all’insieme, quindi, se vogliono il male degli altri possono attuarlo solo fino a un certo punto, oltre cui saranno loro ad essere schiacciati. Perché l’odio globale abbia esito, esso dovrebbe prevalere nell’intera specie, dovrebbe cioè valere per la maggioranza quello che vale per il suicida singolo, o per un gruppo come quello del pastore Jim Jones, novecento persone che si avvelenarono nello stesso giorno. Se dunque tu volessi insistere nella sua linea, senza finire tu solo nell’oblio o nella maledizione, dovrai cercare proseliti, insegnare l’odio di sé e dei propri simili, in modo che l’umanità si avvii al suicidio collettivo. Di fronte alla realtà, che vede gli esseri umani decisamente vogliosi di vivere e di unirsi, almeno per la stragrande maggioranza, probabilmente rinuncerai all’impresa prima ancora di cominciarla. Dovresti asserire in pubblico che l’uomo sia per natura un essere immondo e odioso, e gli effetti di un simile discorso sono facilmente immaginabili. Potresti anche avere l’accortezza di procedere gradualmente, cominciando dalla descrizione delle tante, oggettive malefatte degli umani, ma nel momento in cui l’uditorio, disposto all’ascolto delle possibili soluzioni, sentisse parlare di autoannientamento della specie, verresti travolto dal biasimo e da insulti, saresti perciò costretto al silenzio, se non alla fuga. Essere pronti a riconoscere le proprie mancanze, e più in genere essere consapevoli, è un'ottima qualità, ma ne abbiamo anche altre, per esempio possiamo avere coscienza del mondo, essere incantati dalla natura, creare opere d’arte, cantare, scrivere poesie, salvare cani abbandonati, lottare fino al sacrificio per proteggere la vita minacciata».
  Eros e Ade non erano paghi della massima, né del buon sentimento: legittimamente, perché il raziocinio è una dote. Se ora, però, i due scegliessero di seguire comunque la strada del crimine, sarebbe per sordità verso un ragionamento più avanzato del loro.
 



mercoledì 11 ottobre 2017

La chiave della pace

   Possono essere tra loro nemici due ricchi, due poveri, due colleghi, due connazionali, due parenti stretti, ma non due persone con la stessa visione del mondo. I modi di pensare sono numerosi, ma se, quanto alle cose essenziali, non ve ne fosse che uno, l’inimicizia sparirebbe dal pianeta. Sarebbe dunque un immenso bene per tutti, sempre che la concezione comune fosse quella più ricca di verità. Tuttavia, se c’è un’opinione generale, è che il passaggio dalla discordanza all’omogeneità del pensiero sia qualcosa di orribile, buono solo per il genere distopico di narrativa e cinema, dal Brave New World di Huxley ai romanzi cyberpunk. Nel linguaggio attuale, il “pensiero unico” è del tutto privo di profondità: è la conferma del materialismo di Marx senza i suoi vaticini, ribaltati dalla vittoria del profitto privato e delle sperequazioni. Si tratta quindi del risultato di una “omologazione” culturale gestita dall’alto, cioè dagli stessi capitalisti trionfanti, tramite una politica e un giornalismo a loro asserviti. È indubbio che tale pensiero, se così si può chiamare, abbia una notevole consistenza, ma esso è “unico” solo nei desideri dei pochi a trarne un vantaggio, anche se dovessimo considerare solo la parte del mondo che lo ha partorito: è anzi qui che, dopo molte lotte e sacrifici, il pensiero può liberamente diversificarsi, è qui che non si possono zittire le voci dissenzienti, né sbarrare i canali di comunicazione. Ciò anche quando il dissenso non ha di meglio da proporre che il rilancio delle tradizioni religiose nazionali, o l’abolizione totale della proprietà privata.
   Se dove regna la miseria intellettuale trovassimo la ragione filosofica e, anziché l’uniformità coatta, la convergenza evolutiva, l’unità planetaria del pensiero, comportando l’impossibilità stessa dell’odio e del conflitto, ci si mostrerebbe come l’opposto di una fosca prospettiva. La varietà delle caratteristiche individuali e culturali sarebbe diminuita solo per l’abbandono di quelle assurde, come l’uso cinese del corno di rinoceronte. Soprattutto, essendo un pensiero saggio, si aprirebbero gli occhi di tutti sulla natura, la cui molteplicità, questa sì, va strenuamente difesa dalle minacce di un’espansione umana dissennata. 

lunedì 2 ottobre 2017

Valore dell'idea

   Mediamente, le popolazioni del mondo odierno sono più eterogenee che in passato quanto a idee generali. Prima grande e rudimentale distinzione è quella tra chi è religioso e chi non lo è, poi ambedue le categorie si suddividono, la prima in diversi tipi e gradi di religiosità, l’altra secondo varie anime del libero pensiero. In molti campi, i giudizi degli uni divergono spesso da quelli degli altri, ma entro uno Stato non può valere che un solo corpus di leggi: è dunque inevitabile che solo una parte sia soddisfatta, quella che trova la propria visione delle cose sufficientemente rispecchiata nella legge che si stabilisce. Tuttavia, le condizioni delle altre parti non sono certo indifferenti rispetto all’una o all’altra ideologia predominante. Se la legge s’ispira a una dottrina religiosa, chi non ha quel credo può trovarsi impedito nelle scelte personali: ad esempio, potrebbe voler ricorrere all’eutanasia, all’aborto farmacologico, divorziare dal coniuge, ma non può. Se, all’estremo opposto, l’ideologia porta ad osteggiare la religione e a non ammettere alcun’obiezione di coscienza, la violazione dei diritti colpisce chi è religioso. Dove la legge né si ispira alla religione né la proibisce, il credente non è obbligato a commettere alcun’azione che ritenga peccato, ognuno può decidere di se stesso, a tutti è vietato solo procurare danno ad altri. Se le costituzioni contengono riferimenti alla laicità ovvero alla libertà di pensiero e di credo, qualunque maggioranza manifestata dai suffragi è tenuta a rispettare tale indirizzo, coerentemente con lo scopo di perseguire l’interesse onnicomprensivo, che è quello di ogni giusto atto politico. Un sistema di pensiero manifesta il suo valore soprattutto in base a tali effetti.

domenica 17 settembre 2017

Gli errori dell'invidia

Complessa e delicata come un raffinato meccanismo, la nostra mente è esposta a ogni genere di incidenti, per cui si può comprendere come, nell’arco completo delle azioni umane, troviamo, accanto alle meraviglie del genio e dell’eroismo, le peggiori bassezze e patologie. La coscienza si sviluppa dal confronto fra tutte le determinazioni che distinguiamo nella realtà, quindi anche fra l’io e l’altro; suddivisi a loro volta in diverse parti, il cervello individua e registra le identità e le differenze, non con la neutralità di un computer, ma come organo di un’entità vivente, un singolare metazoo, per il quale il sentire e il volere sono tutt’uno con il capire. Una coscienza bramosa di comprensione non si ferma all’altrui consiglio, sospetta che certi limiti siano visti come tali solo per pavidità. Essa corre i maggiori rischi, e cade spesso nell’errore, ma non ha altro modo di verificare se sia giusto trattenersi, se l’esperienza tramandata esaurisca ogni possibilità, o se vi siano altri territori da percorrere. Nel mezzo dell’impervio cammino, possiamo trovarci nel pantano dell’invidia, termine con cui si indica un comune errore e l’ingiustizia che produce, qualcosa che appare, appena la si superi, come un’enorme sciocchezza. Io non ho le qualità che vedo nei miei simili, se sono tali da attrarre l’attenzione, l’ammirazione, l’amore di molti? Forse è vero, però alcuni di quei pregi potrebbero essere in me latenti, e altri, forse, sono sopravvalutati, la gente li apprezza perché non ha ancora trovato di meglio. Comunque, se l’altro è effettivamente più simpatico, più bello o più intelligente di me, se è più ricco di me senza aver rubato, non posso certo fargliene una colpa. Non posso nemmeno prendermela con i miei genitori, se ho difetti congeniti: non è forse legittimo per chiunque il desiderio per cui, di solito, si dà la vita e la si fa crescere? Dovevano essi ricorrere all’ingegneria genetica prima che l’embrione che ero si sviluppasse, in modo da perfezionarne il DNA? Avrebbero dovuto vivere in un ipotetico futuro, e potersi permettere la spesa, visto che difficilmente la manipolazione genetica umana, dovesse un giorno essere legale, rientrerà mai fra i servizi sanitari pubblici.    
   Più sensato è ripercorrere i fatti della vita, comprendere quali tra essi possano averla condizionata negativamente, specie quando eravamo immaturi: probabilmente riaffioreranno dalla memoria insegnamenti errati, punizioni ingiuste, violenze, scene traumatizzanti a cui abbiamo assistito. In tal caso, tuttavia, ci guarderemo dall’emulare il conte di Montecristo. Differentemente dal romanzo, i danni da noi subiti risalgono alla nostra infanzia, i colpevoli non sempre sono rintracciabili, forse alcuni di loro sono malati o morti, o hanno già pagato per qualche malefatta; anche non fosse così, fargliela pagare legalmente potrebbe essere difficile, se non impossibile. Da notare che, compiuta la molteplice vendetta, il conte ne ebbe rimorso, essendosi ricordato che il Vangelo comanda il perdono, e che si lasci a Dio il giudizio. Proprio da questo deriva che, se c’è un vero cristiano, quello combatterà la propria eventuale invidia con tutti i santi mezzi. Se, invece, c’è un pensiero profondamente filosofico, esso ci dirà di voltare pagina, di guardare anzitutto al bene che, dopotutto, è rimasto in noi, e di coltivarlo, anche se in questo modo, alla lunga, qualcuno potrebbe cominciare a invidiarci. 

venerdì 15 settembre 2017

Rapporti economici

  Tutti noi abbiamo qualità utili per la società, una certa “forza lavoro”, parafrasando Marx, o ne avremo se siamo ancora bambini, e ne avevamo, se siamo invalidi. C’è chi l’ha interamente convertita in “forza delinquenza”, chi ne fa a meno perché beneficia di rendite, chi fa altrettanto, ma perché vive di carità. Tra quanti costituiscono la popolazione attiva, molti contano per lunghi periodi su di un solo acquirente, talvolta una singola persona, assai più spesso un ente pubblico, o un’azienda privata; alcuni di essi possono cambiare acquirente con una certa facilità, altri no. Imprenditori, azionisti, commercianti e liberi professionisti, invece, hanno molti acquirenti nello stesso tempo. Entro questa stringata classificazione, troviamo le attività, le condizioni economiche e i margini di rischio più diversi, il risultato di una lunga storia. Nulla di radicalmente sbagliato, come lo sono, al contrario, due politiche opposte, ambedue escluse da un buon articolo della Costituzione italiana, il 41:
1) Abolire l’iniziativa economica privata. Ciò elimina inizialmente la disoccupazione, ma spegne la vitalità naturale e culturale, provocando stagnazione economica e impoverimento.
2) Lasciare che l’iniziativa privata entri «in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»; si aggiungano i danni alla salute, all’ecosistema, al paesaggio, alle condizioni degli animali da allevamento.
Nel mondo attuale, pochi Stati commettono il primo sbaglio, ma le ideologie che non lo concepiscono come tale non spariscono, anche perché il secondo, per l’ignavia dei governi, resta frequente.

Competere

   “Competere”, etimologicamente (cum + pĕtĕre, dirigersi, cercare, aspirare), è perseguire uno scopo comune a qualcun altro. In questo senso, tutti i viventi, per il semplice volersi mantenersi in vita, competono, come pure tutti quelli che vogliono crescere, o migliorare la propria condizione. Meno ampio è l’uso più frequente del verbo, che implica l’antagonismo, non la collaborazione: cose ambedue validissime, sempre che siano legittime le esigenze dei partecipanti e che siano premiati i meriti, che non si abbia perciò la minima ripercussione peggiorativa sulla collettività. Il solo impegnarsi in un qualunque lavoro ci mette in competizione con chi svolge la stessa attività, anche involontariamente. C’è poi lo sport, in cui la rivalità, finalizzata a evidenziare le qualità atletiche e certe qualità psicologiche, deve contenersi entro i limiti di un regolamento.
   Se però la giusta valutazione degli scopi e dei mezzi relativi richiede un livello di apprendimento che non è stato raggiunto, da una o da entrambe le parti, la competizione, in qualunque campo, si carica di odio e violenza. Ora, rispetto a un modello etico ideale, esistono forse personificazioni individuali, ma nessun popolo o Stato è indenne da esempi negativi, tali da giustificare l’ostilità di qualcuno, all’interno o all’esterno dei suoi confini. Bisogna però che le risposte, se vogliono essere costruttive, costituiscano esempi opposti, di civiltà contro la barbarie, di coscienza e giustizia contro la loro latitanza.

L'estensione del pensiero

  Nel Seicento, pensiero ed estensione erano separati sostanzialmente secondo Cartesio, e per Spinoza erano due modi dell’unica Sostanza. Oggi che la natura del pensiero è meglio conosciuta, questa contrapposizione cade, e possiamo dire che anche il pensiero ha un’estensione. Possiamo dirlo per diversi aspetti: per lo spazio in cui si svolge, che è quello delle più evolute aree cerebrali; per lo spazio che lo esprime, quello in cui risuonano le parole e quello in cui si materializza, con le opere che da esso procedono; infine, per lo spazio che esso comprende, per ciò che concepisce. Il pensiero ci appartiene, e il suo estendersi dà piacere, come all’essere sensibile lo dà qualunque espansione spazio-temporale. Naturalmente il piacere non sempre è segno attendibile del bene: quando manca la necessaria conoscenza, esso può anzi tradire, come fa l’esca col pesce. Anche la tecnica sviluppatasi nel Novecento ha mostrato un lato ingannevole, e il pensiero stesso, essendo l’espansione tecnica strettamente connessa alla sua, è apparso nella sua pericolosità, visti gli ambigui risultati. Esso si è distaccato dalle fasi precedenti per eccellenti ragioni, il rifiuto della superstizione e della schiavitù, ma oggi si pone addirittura la possibilità di una catastrofica riduzione della vita sulla Terra. Tuttavia, stigmatizzare l’espansione del pensiero in sé non avrebbe senso. È evidente come questa non sottragga nulla agli altri enti: conoscere o capire di più non incide sull’altrui estensione, non la limita maggiormente, come invece avviene con ogni altra acquisizione; procedendo però solo lungo una direzione, quella analitica e orizzontale, trascurando quella sintetica e verticale, essa ha visto tra le sue conseguenze un grave squilibrio tra umanità ed enti naturali, già oggi causa di dolore e morte, e ancor più domani, se non saranno trovati i rimedi. 
   La risposta al difetto di concezione sostanziale, quando se ne percepisce il danno, è di solito la sempreverde fede religiosa trasmessa dagli avi, oppure una d’importazione, o ancora uno dei vari sincretismi di religioni e scienze definiti come esoterici: risposte che si pongono, comunque, al di fuori del sapere, fuori dalla filo-sofia, illusorie quanto alla dinamica espansiva. La sintesi ontologica è quasi inesistente, persino tra i cultori del pensiero. L’ontologia, prima e dopo che il termine fosse coniato, fu posta in subordine alla metafisica, poiché sul concetto sostantivo dell’essere come unico, assoluto e infinito, fu sempre prevalente la credenza dualistica in un mondo intrinsecamente soprasensibile, fatto di puri spiriti e di idee, lo si descrivesse in termini platonici, teologico-aristotelici, teologico-biblici o quant’altro. Dopo i colpi inferti alla metafisica dai positivisti e dai materialisti, una certa emancipazione dell’ontologia si ebbe con Husserl, Hartmann e Heidegger, ma l’auspicabile svolta non ci fu. Ontologia e metafisica continuano tutt’oggi a essere mal distinte, e di solito le si coltiva o le si rigetta insieme. Nell’attuale scuola di ontologia “analitica”, che muove in particolare dal lavoro di Quine, si comprende il bisogno di osservare in questo campo lo stesso rigore metodologico della scuola detta, appunto, analitica; tuttavia, l’aggettivo preclude la prospettiva della totalità concettuale, cui non può accedere che l’ontologia stessa. A quel punto, essa diverrebbe “sintetica”, altrimenti non vi sarebbe alcun innalzamento, neppure individuale. Ciò dovrebbe poi tradursi in espressioni e atti capaci di comunicare ad ampio raggio, ben oltre la ristretta cerchia degli accademici specializzati, perché il mondo ne tragga beneficio. Un mondo che nel frattempo non si ferma, avanza o retrocede come può.

Il progetto

   Vi è un consorzio dai confini imprecisi, sparso a macchia di leopardo sulla superficie del Globo, unito da un comune concepire e volere: quello dell’amore di sé come parte di un amore molto più grande, che comprende esseri umani, opere d’arte, animali, piante, paesaggi terrestri e marini. Quello che li difende, lottando contro malattia, errore, ingiustizia e morte, ma accetta serenamente l’inevitabile assoluto, il destino mortale. Quello di chi si spende per la verità e la giustizia terrene, senza riguardo al costo che può comportare, anche fosse quello più alto. Ovviamente, chi, in genere, percepisce e vuole altro, ad esempio l’aldilà, o piuttosto il maggior potere d’acquisto possibile, con quali conseguenze per gli altri non importa, di questo consorzio non fa parte, a malapena ne sa qualcosa; tuttavia, vi è fra questi chi può cambiare, entrarvi, perfino diventarne elemento di forza. Sapere se e quanto esso possa estendersi, non ci è dato. L’amicizia universale non è una previsione, giusta o sbagliata, è semplicemente la miglior condizione immaginabile per questo pianeta, il più bel progetto a cui si possa contribuire. 

sabato 2 settembre 2017

Anima


  Nella maggior parte dei vocabolari, l’anima (e lo stesso dicasi per alma, âme, soul, seele), è in primis una proprietà dell’essere umano, ed è un principio, il “principio vitale”. Cioè, nulla di scientifico. Tuttavia il termine, per brevità e icasticità, può attualizzarsi come sinonimo di sistema nervoso, il circuito percezione-azione dei metazoi, vitale sì, ma al pari degli altri sistemi fisiologici. Il centro raccolta dati, collegato dai nervi ai margini, riceventi e trasmittenti, nell’uomo si distingue, nel bene e nel male, per misura e qualità. Vi si formano i pensieri, quelli giusti e quelli sbagliati, quelli nobili e quelli meschini, a seconda di quali e quante informazioni vi entrano, da prima ancora della nascita, nonché di come queste si dispongono, si confrontano, si trasformano. Il variare, all’esterno, delle occasioni, e del sostrato neurologico all’interno, segnano le differenze da persona a persona, per cui avremo profondità o semplicità, bellezza o maledizione, oppure quella frigidità che fa parlare di assenza d’anima. Ciò compreso, si fa evidente il criterio per valutare e progettare il dovere, anzitutto quello dei genitori e di quanti altri si occupano di infanzia e di scuola, poi del lavoro in genere: operare all’esterno dell’anima per consentirle percezioni benefiche e preservarla da quelle deleterie; e al suo interno, per agevolare le capacità cognitive, approfondire la ragione, curare le disfunzioni psichiche e prevenirle, anche attraverso le scoperte della genetica. Il resto, nel rispetto dei diritti primari di tutti, va lasciato ai processi selettivi naturali. Così procedendo, e se il mondo non finirà prima, è possibile una generazione umana che superi in valore gli altri animali, cosa attualmente negata, perché nell’uomo, in media, le altezze sono neutralizzate dai loro contrari.



giovedì 24 agosto 2017

Populisti ovunque

  “Populismo”, termine divenuto ricorrente fino alla noia nella comunicazione mediatica, compresa quella di certi filosofi e del papa, dovrebbe ormai essere esteso a qualunque discorso e provvedimento politico che, con ogni probabilità, non si tradurrà in una maggiore democrazia, non migliorerà per nulla la condizione generale della popolazione, semmai il contrario. Ciò, va da sé, in contraddizione con quanto i politici pensano, o forse soltanto con quanto dicono. Anche quelli che accusano altri di essere populisti potrebbero benissimo rientrare nella categoria. Si può star certi che ne sia del tutto estraneo solo chi ha una filosofia dei fini politici e una conoscenza dei mezzi per raggiungerli tali da renderlo, oltre che efficace, perfettamente sincero e onesto. Insomma, l’eccezione laddove dovrebbe essere la regola.

lunedì 21 agosto 2017

Antichi regimi

   In uno Stato retto da un regime autoritario, verso il quale la fiducia della popolazione dev’essere totale, dove glorificare il capo è obbligo, chi critica o dissente è punito con la massima durezza, i partiti d’opposizione sono illegali e il parlamento non c’è, o è sottomesso, non basta che una parte più o meno considerevole dei provvedimenti presi dall’autorità sia buona e giusta: per giustificare una tale assolutezza, il governo dovrebbe essere infallibile. Com’è noto, però, l’infallibilità non rientra nelle qualità umane, e l’errore ha conseguenze tanto più disastrose quanto più grande è il dominio di chi lo commette. Ciò spiega in gran parte il destino fallimentare di questi regimi. Le cose vanno meglio, quanto a durata, laddove una popolazione creda in un grande e giusto dio, il quale abbia dettato le spiegazioni e i regolamenti fondamentali a uno o più uomini, profeti o discepoli, e della cui volontà il governo politico sia il tramite temporale. Questo dio sarebbe infallibile per sua natura, e non credere in lui, bestemmiarlo o disprezzare il suo rappresentante sono reati capitali. Secondo le diverse religioni, fu così ovunque nel mondo per tutto il medioevo, e negli Stati islamici così è tutt’oggi, mentre la Chiesa non riuscì a reprimere la libertà di pensiero rinata, a gran distanza dall’epoca classica, fra Quattro e Cinquecento. Nulla fu più indubitabile, nemmeno l’esistenza di Dio: l’ordinamento fondato sul cristianesimo si sgretolò dalle fondamenta. Dopo il fallimento della Restaurazione, cominciò l’epoca della frammentazione ideologica, in cui posizioni conservatrici, liberali, comuniste, anarchiche, fasciste si contrapposero dapprima a parole, poi con i fatti, tra cui due guerre mondiali e il rischio di una terza. Si è infine creata l’attuale omogeneità politica tra molti Stati attorno a un sistema pluralista, con poteri separati e rinnovati a scadenze prefissate, parte dei quali a suffragio democratico; prevalgono generalmente forze moderate rispetto alle principali teorie, a discapito di quelle radicali. Non manca alcun genere di dissenso, ma quando ai mali vecchi e nuovi di cui tuttora soffrono le società contemporanee si vorrebbe ricorrere a ricette anacronistiche, dagli esiti come minimo ambigui, esso non merita alcuna considerazione, men che meno quando si cerca di imporle con la violenza.
  Se l’ordinamento cambierà di nuovo, sarà per una forte convergenza evolutiva delle idee fondamentali, e ciò potrebbe rendere la partecipazione all’attività legislativa ed esecutiva equiparabile a ogni altra professione, sebbene in una posizione di particolare rilievo. La selezione per esami di competenza eliminerà i fattori estranei alla sostanza politica che intervengono attualmente per catturare il consenso di massa, a suon di retorica e di lauti finanziamenti. La probabilità dell’errore sarà fortemente ridotta, ma nel caso il politico ne risponderà in termini di arretramento di carriera, di esclusione dal ruolo o di pena, a seconda della gravità, com’è previsto per qualunque altro cittadino.

martedì 15 agosto 2017

I due capi del filo

  Io sono nato il 3 maggio del 1963. Però questo non significa che il due, il primo maggio, il 30 aprile di quell’anno io non esistessi, al contrario, non ero diverso se non perché a una cert’ora di quella data cambiai definitivamente posto, dall’interno di mia madre mi ritrovai all’esterno, venni alla luce. Immaginando di osservare a ritroso, da quel momento, le fasi del mio sviluppo, vedo cominciare e poi aumentare le differenze; a un certo punto non riconosco più nel mio aspetto quello di un essere umano. Ancora più indietro, e di me, o di quell’entità che diverrà la mia persona, non vi è più traccia, e restano le sue cause: un uomo e una donna che abitano nella stessa casa, che dormono nello stesso letto matrimoniale dove, una volta di più, avranno un rapporto completo. Vengono poi le cause delle cause, come radici che si suddividono in altre radici, e in altre ancora, fino a che mi diventa impossibile conoscerle e tenerne il conto. La gravidanza di mia madre fu del tutto regolare, perciò nel novembre del 1962, passato dall’essere embrionale a quello fetale, tutti i miei organi erano formati, avevo già le fattezze di un essere umano. Ecco quel che mi fa propenso a datare da quel momento l’inizio della mia esistenza, e ad ammettere l’interruzione volontaria di gravidanza, senza che se ne debbano indagare i motivi, non oltre le sette settimane dal concepimento. Dopo, non è più possibile eseguirla tramite farmaco, e i rischi dell’intervento per la salute della gestante aumentano. Nelle normative di molti Stati prevale quest’ultimo aspetto, con varie approssimazioni: si va dalle dieci settimane del Portogallo alle ventidue dei Paesi Bassi. Si direbbe che se la tecnica potesse abbattere il rischio, la soglia legale sarebbe alzata, o esclusa del tutto, com’è già, chissà perché, in metà degli Stati Uniti. È dunque diffusa una scarsa distinzione tra l’inizio dell’esistenza e l’essere partoriti; rispetto alla sua antitesi, il porre l’inizio dell’essere umano nel giorno del concepimento, quest'opinione appare ancor più povera di pensiero.
   All’altro capo del filo, alla fine, mi attende un’altra data. Stavolta non dovrebbe porsi alcun divario, morire e non essere più sono lo stesso. Non mancano quaggiù circostanze particolari, che di nuovo manifestano opposte mentalità. Gli ospedali sono forniti di apparecchiature che tengono in vita persone gravemente malate o incidentate, sostituendo la perduta facoltà di alimentarsi, idratarsi o respirare; ma quella vita è tanto penosa e limitata da sembrare tutt’altro che un guadagno. Dopo un certo tempo, in molti casi, esse rivogliono ciò che tali mezzi hanno scongiurato. Per costoro, il giorno della morte rinviata precede quello della morte desiderata. La prima, se non è trovata una cura efficace, e se non abbia annientato coscienza e sensibilità, è morte dello spirito, inteso come volontà di vivere. Possono esserne causa non solamente le irreparabili lesioni del sistema nervoso e muscolare, ma anche quelle psicologiche, quando siano tali da rendere insopportabile la percezione di sé e del mondo. Tuttavia l’esistenza, l’essere in un modo, spazio e tempo determinati, pur trascinandosi prosegue, mentre dopo la data che probabilmente qualcun altro, da qualche parte, scriverà, quel che resta non è più, non è mai lo stesso essere. Io non mi identifico con una massa inanimata, con un cibo per larve di insetti, con le future, ignote composizioni delle mie particelle subatomiche e onde di energia, con qualsivoglia effetto che mi sopravviva, prodotto dal mio essere sull’altro. Certo, in senso poetico, se per i suoi effetti principali una vita merita un’estesa riconoscenza, può continuare anche sotterra, ed è quella, non l’aldilà del luogo comune, la “miglior vita”.


   

lunedì 19 giugno 2017

Per un diverso sistema


  In genere, è buona regola non lamentare i lati negativi o contraddittori di una prassi relativamente nuova, se non si disponga di ragionevoli proposte per successivi avanzamenti. Questo vale anche per la legittimazione del potere politico per via elettiva popolare. Nessuno che viva dove l’autoritarismo è consegnato al passato, e che abbia un minimo di coscienza civile, può rimpiangerne le forme, via via abbandonate in Occidente e nei Paesi da esso influenzati, basate sulla conquista militare, sulla successione dinastica o sulla cooptazione: rispetto a queste, i difetti del suffragio popolare contemporaneo sono poca cosa, ma in sé sono evidenti, anche escludendo il mascheramento di tipo plebiscitario e i brogli elettorali impuniti, casi oggi riguardanti solo certe parti del mondo. Si tratta, essenzialmente, della reale affidabilità di quanti competono per la rappresentanza popolare, in un agone più acuto nei periodi elettorali ma perenne, spesso infarcito di retorica, e dove la vittoria diventa una sorta di unzione, che rende l’eletto intoccabile. Alternative convincenti a questo sistema non se ne propongono: tale, infatti, non può considerarsi l’antico metodo, da qualcuno evocato, dell’elezione per sorteggio, essendo incapace di selezionare i candidati in base al merito. In certi Paesi si sta diffondendo la convinzione che vada ridotta l’autonomia decisionale dell’eletto, attraverso un regolare ricorso a consultazioni di tipo referendario: ciò risolverebbe il nodo dell’affidabilità del rappresentante, ma sarebbero ingigantiti altri punti critici, anzitutto quello delle competenze di quanti, avendo molta parte del proprio tempo occupato dal lavoro, difficilmente possono ponderare in misura adeguata i molti problemi di una vasta e complessa collettività. 
  Se l’azione politica fosse assimilabile alle professioni, la via d’uscita da quest’incertezza si sarebbe già percorsa: la legittimazione del suo esercizio deriverebbe dalla formazione specifica, dai concorsi, dal riconoscimento del merito; cadrebbe poi il privilegio dell’immunità, e il politico sarebbe denunciabile anche per un cattivo esercizio del suo incarico. Questo sistema richiede però che gli scopi della politica siano individuati e condivisi non meno di quanto avvenga in ogni altra attività: non dovrebbero esservi più differenze ideologiche in politica di quante ve ne siano in chirurgia, in ingegneria o in direzione d’orchestra. Se oggi manca una filosofia politica condivisa, è perché manca una filosofia etica e, in definitiva una filosofia generale condivisa, essendo la politica, in questa catena, l’anello di collegamento tra idea e prassi. La distanza dalla meta si misura tramite due fatti ben distinti: l’uno, il prevalere di interessi parziali, di individui, gruppi o classi, avulsi dall’interesse pubblico e causa perciò di un abbassamento della condizione collettiva; l’altro, l’idea di una finalità dell’azione che trascenderebbe la vita terrena, secondo la visione di un’autorità rivestita di potere spirituale. 
  L’immissione dei massimi concetti nella comunicazione umana è dunque il primo e indispensabile passo verso la politica cosciente, quella che vede il proprio unico, vero scopo nella forbice tra conservazione e incremento del bene collettivo, da quello di una città a quello del pianeta; bene misurabile almeno empiricamente, sommando le condizioni di ogni individuo e ricavando la media. Il diritto di voto, se il risultato non è questo, è ben poca cosa, ed è più corretto legare ad esso il nome di demarchia che quello di democrazia.

mercoledì 31 maggio 2017

Radici e frutti

   
«Noi non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani», scriveva Benedetto Croce, mentre infuriava la seconda guerra mondiale. Egli non sentì la necessità di identificare quel “noi”, se non in una sua lettera, subito successiva al famoso articolo, in cui si dice «profondamente convinto e persuaso che il pensiero e la civiltà moderna» siano «cristiani» (in Dialogo su Dio. Carteggio 1941-1952, Archinto 2007). Il suo illustre contemporaneo Bertrand Russell era dichiaratamente non cristiano, e non era questi il solo a smentire quanto affermato da Croce; tuttavia, in una nota al saggio, l’Italiano scrive:

Quel che i vagheggiatori del neopaganesimo non consideravano, può essere espresso con le parole che Jacopo Burckhardt pone sulle labbra dell'Hermes del Vaticano, immaginando che mediti così: «Noi avemmo tutto: fulgore di dei celesti, bellezza, eterna gioventù, indistruttibile lietezza; ma noi non eravamo felici, perché, noi non eravamo buoni». Che è quanto dire: «non eravamo cristiani».

In modo elementare, per Croce “cristiano” significa dunque “buono”. Ciò è poco convincente. Probabilmente né Russell, né altri non cristiani sono stati “cattivi”, mentre di certo lo sono stati molti sedicenti cristiani; per di più, c’è da ricordare che secondo Cristo nessuno è buono, se non Dio solo. Chi, infatti, può dire di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo suo come se stesso, anche quando si tratta di un nemico? Qualche santo, qualche cenobita, non certo il “noi” crociano. Dirsi cristiani è sempre cosa ardua, se non si voglia annacquare la parte più densa del Vangelo, quella che, in fatto di bontà, dovrebbe portare a contendere il primato con i monaci tibetani.
  Nessuno, a suo tempo, pensò di rispondere a Croce con un testo che avrebbe potuto intitolarsi Perché non possiamo non dirci razionali, le cui motivazioni sarebbero state altrettanto o più convincenti. Le radici greche dell’Europa avrebbero prevalso su quelle giudaiche. Dalla scolastica medievale fino alle scienze contemporanee, logica e razionalità non sono mai venute meno, alternandosi a tendenze di segno opposto. Altrettanto corretto sarebbe stato un titolo come Perché non possiamo non dirci diabolici: stavolta, però, l’attenzione si sarebbe concentrata sui massacri e sulle schiavitù prodotte dagli Europei, sia in politica interna sia estera, sull’opulenza dell’Occidente, sugli scritti di Sade e di Nietzsche.
  La civiltà europea, ivi comprese le sue diramazioni, è una realtà composita, che mal sopporta le riduzioni. Tra queste, la più deleteria è forse quella che oggi, per reazione al sanguinoso attacco portato anche nel cuore del continente europeo dall’estremismo islamico, fa di nuovo parlare di radici cristiane: significa cedere ad una provocazione, regredire a un livello di scontro che dovrebbe essere relegato ai libri di storia. La miglior risposta a tale violenza sarebbe, in primo luogo, ribadire la separazione tra politica e religione, insistere sulla laicità statale; affermato questo punto, indirizzare l’azione politica verso la massima distribuzione democratica del potere e della conoscenza, accentuando e diffondendo massimamente la coscienza ecologica e demografica. L’occidente, anziché disputare sulle radici, dovrebbe cioè far maturare i frutti, cogliere i migliori e scartare quelli bacati. 







   

domenica 12 marzo 2017

Quel che manca alla storia

  Il passaggio atavico dalle società piccole e indipendenti ai grandi insiemi, nazioni, Stati ed unioni, ha contemplato la progressiva separazione dei poteri all'inizio concentrati in un singolo soggetto. Aspetto tipico delle società contemporanee avanzate è che, nel tempo in cui esercita il potere politico, il cittadino abbandoni o sospenda ogni altra funzione o attività socialmente rilevante svolta in precedenza. Tuttavia, se in esse si può dire garantita l'incompatibilità tra cariche politiche da un lato e dall'altro quelle militari e giudiziarie, il rapporto tra politica e potere economico è tuttora ampiamente vizioso. Quando sono le dinamiche dell'economia e della finanza a condizionare l'attività politica più di quanto non sia per l'opposto, la conseguenza è lo squilibrio sociale: un'esigua minoranza di magnati detiene una ricchezza superiore a quella proporzionale al merito, ottenendo il beneplacito delle istituzioni attraverso metodi più o meno mascherati di corruttela, o entrandovi senza disfarsi del proprio business, se non in modo affatto formale. La maggior parte della popolazione ne subisce giocoforza un ingiusto svantaggio. Che rispetto a tale invadenza la magistratura e la stampa possano dimostrare maggior decoro dei governanti non è mai una compensazione sufficiente, poiché non spetta a loro modificare le leggi.
  La politica si fa odiare quando ciò che manca alla storia perché se ne possa parlare come di un progresso è la piena e definitiva emancipazione della politica stessa da ogni altro potere. La pura politica, infatti, è rappresentanza non di parti o classi, maggioritarie o minoritarie che siano, ma dell'intera popolazione, dal piccolo comune fino al mondo intero.
 Più a monte, quel che scarseggia miseramente è un concetto: la felicità personale non dipende dal denaro, ma dalla riconoscenza.

venerdì 3 marzo 2017

Concetto di potere

  Il potere, o capacità condizionante, si regge antropologicamente sulla relazione fiduciaria. Al prestigio personale possono concorrere diversi fattori. Può essere incorporato a una ricca eredità familiare, purché la si sappia amministrare: ciò richiede un senno e un vigore che spesso prescindono dalla trasmissione ereditaria, infatti ne dispongono i capostipiti delle casate e chiunque acquisisca una credibilità ex novo. Meno frequentemente tali qualità appaiono, più netta è la forma piramidale assunta dalla società, e ha maggior rilievo la successione dinastica. In questa forma, regna la fiducia privilegiata e qualificata: un gruppo di persone X ha per una persona A, e solo per quella, il massimo livello di fiducia; i componenti di X: x1, x2, x3 ecc. godono a loro volta di reti relazionali in cui si trovano in posizione privilegiata. Attraverso gli intermediari, la persona A può giungere a condizionare intere masse, e passare con relativa facilità dal consenso alla coercizione, prerogativa in cui Max Weber, un secolo fa, vedeva l'essenza stessa del potere.
  Quando però si accresce il valore medio che i componenti di una popolazione attribuiscono a se stessi, le fratture che normalmente si verificano nella rete fiduciaria possono essere abbastanza ingenti da destabilizzare l'assetto generale, e dare origine ad una forma di società più omogenea. È un processo visibile solo nel lungo periodo e geograficamente diseguale, ma poiché risponde a leggi evolutive, secondo le peculiari caratteristiche della nostra specie, l'elemento della sconfitta è insito in ogni atto teso ad ostacolarlo. D'altra parte, se il potere è credito personale, la sua distribuzione non può nemmeno effettuarsi con un singolo e definitivo atto di forza; esso richiede una qualificazione antropologica che una politica lungimirante e ben ispirata si limita ad assecondare.

domenica 29 gennaio 2017

Concordia d'interessi

Mediamente, l'uomo non dispone di una piena coscienza quanto al proprio stesso interesse, né come individuo né come specie sociale. Questo porta alla partizione dell'interesse in quattro forme principali:

                      autentico ( I )
generale {
                      fittizi( II )
                    

                             concordante ( III )
 particolare   {
                             discordante ( IV ).


I è il bene della specie umana, una specie sociale e legata ad altre specie naturali; esso è tanto più comprensibile quanto più ampia è la percezione della realtà. II è ciò che appare come bene generale, ma non lo è affatto, o solo parzialmente, e lo rivela il tempo.
III è il bene del singolo, o dell'insieme parziale, come famiglia, categoria e nazione, concordante con quello generale. IV è il supposto o provvisorio bene particolare, discordante con il bene generale.

Nell'espressione “conflitto d'interessi”, l'interesse generale è coinvolto indirettamente; le due parti avverse, nell'immediato, sono III e IV. Bisogna che un amministratore si astenga dalle decisioni che coinvolgono suoi parenti od averi perché gli esseri umani sono miopi riguardo al loro autentico bene. Ogni giorno ci si trova nella possibilità di scegliere tra interessi di segno opposto, una scelta che è rimessa all'etica, all'intelligenza di ciascuno. 

Percepire costantemente l'appartenenza di sé ad un insieme, e tale insieme ad uno più grande, fino a comprendere il Tutto: è questo che porta a scegliere sempre l'azione benefica. Al contrario, pensarsi sostanza sui generis, come singoli, clan o nazione, ha come conseguenze odio, violenza e guerra.

Essere amati da tutti: questo, in sintesi, il vero interesse individuale, tanto più attuabile quanto più l'agire è volto con cognizione all'interesse generale.

mercoledì 25 gennaio 2017

La babele del pensiero

  Nel confronto fra le determinazioni che percepiamo è il principio della conoscenza. Si parte da ciò che presenta relazioni più evidenti con l'oggetto determinato e, percorrendo la strada fino al suo termine, si può arrivare al sapere ontologico, alla “cosa”, o ente. Ciò vale anche per la conoscenza di noi stessi, e se, come specie, il confronto immediato è con i mammiferi, come individui e gruppi dobbiamo misurarci con quelli della nostra specie. Conoscere è anche valutare, e valutare se stessi significa misurare la propria forza. Ecco in che senso duello, gara e battaglia, laddove il divario non è subito evidente, producono conoscenza. La continuità tra uomo e regno animale è palese nelle tenzoni corporee, indiretta quanto più la dimensione intellettiva occupa il campo della sfida. Effettuate le misure, i rapporti tra le parti in gioco sono stabilite per un certo tempo, se non definitivamente: una sarà dominante e l'altra sottomessa, a meno che non risultino equivalenti. Nelle società avanzate tale equivalenza è posta a priori: l'eguaglianza del diritto prevista costituzionalmente discende dall'affermazione di una verità di base, quella secondo cui chi è nato da essere umano, prima di essere maschio o femmina, grande o piccolo, bianco o nero, povero o ricco, è sua volta essere umano, ha forza come tale, gode di un valore primario, non quantificabile, a cui si aggiunge ogni altro fattore soggetto a valutazione. Le eventuali ostilità tra individui o gruppi non devono mai oltrepassare questo segno. Logicamente, chi dimostra nei fatti di non aver colto il concetto si espone alla medesima negazione, ed il suo valore primario diviene calcolabile al ribasso.
   Il riconoscimento dell'eguaglianza essenziale è conquista del più grande rilievo; ha richiesto secoli di sforzi e di sacrifici da parte dei più coscienti e, dov'è disatteso, o peggio misconosciuto, l'opera deve andare avanti. Tuttavia, questo traguardo appare transitorio ad un pensiero esigente. Le disuguaglianze secondarie, spesso macroscopiche, sono il successivo limite all'amicizia universale, denominazione con cui si può definire il progetto che, su questa Terra, si trova al di sopra di ogni altro progetto, il superamento dell'odio e della violenza, sia tra gli esseri umani che tra uomo e natura. Esso è già in esecuzione nel momento in cui un individuo comunica concetti estesi, siano essi ontologici, fisici, biologici o antropologici. Ne sono primordi le intuizioni dei Greci e degli Indiani antichi, ed è proseguito, tra mille errori e falsità, con il meglio del pensiero europeo, dall'umanesimo in avanti. Recepiti dai politici innovatori, tali raggiungimenti si sono tradotti nelle leggi democratiche, al costo di lotte aspre, spesso sanguinose. La via comunista all'eguaglianza si è invece rivelata fallimentare: sorto dalla negazione della filosofia, relegata da Marx a “sovrastruttura”, non guarda che alle condizioni economiche, trascurando quelle psicologiche. La società che ne deriva somiglia ad un ingranaggio di cui ognuno è un dente di rotella, salvo i governanti, addetti alla manutenzione. Fa bene l'autorità politica a intervenire sull'economia attraverso le giuste regole, e buona cosa è la ridistribuzione del reddito; quel che manca è la ridistribuzione dell'intelligenza, anche per i pregiudizi derivanti dall'innatismo.
  L'avanzamento del progetto richiede politiche su famiglia ed istruzione in cui si riconosca l'impronta della filosofia razionale, oltre ad essere scientificamente aggiornate. Le percosse e le frottole devono sparire dalle abitudini educative verso i bambini. Chi insegna, in qualunque sede, deve aver tatuata nella mente la differenza tra verità e congettura, e mai sostituire la prima con la seconda, né il sapere con il credere, il concetto con l'ipotesi. La scuola dev'essere anzitutto il luogo in cui conoscere se stessi in quanto esseri umani, animali razionali, parte e coscienza del Tutto; la logica e l'etica devono appartenere ai programmi sin dagli anni obbligatori, naturalmente nella forma più semplice, come avviene per la lingua e la matematica. Cancellata in nome della ragione la babele del pensiero e la barbarie che ne deriva, il progetto sarebbe completamente realizzato.