martedì 15 agosto 2017

I due capi del filo

  Io sono nato il 3 maggio del 1963. Però questo non significa che il due, il primo maggio, il 30 aprile di quell’anno io non esistessi, al contrario, non ero diverso se non perché a una cert’ora di quella data cambiai definitivamente posto, dall’interno di mia madre mi ritrovai all’esterno, venni alla luce. Immaginando di osservare a ritroso, da quel momento, le fasi del mio sviluppo, vedo cominciare e poi aumentare le differenze; a un certo punto non riconosco più nel mio aspetto quello di un essere umano. Ancora più indietro, e di me, o di quell’entità che diverrà la mia persona, non vi è più traccia, e restano le sue cause: un uomo e una donna che abitano nella stessa casa, che dormono nello stesso letto matrimoniale dove, una volta di più, avranno un rapporto completo. Vengono poi le cause delle cause, come radici che si suddividono in altre radici, e in altre ancora, fino a che mi diventa impossibile conoscerle e tenerne il conto. La gravidanza di mia madre fu del tutto regolare, perciò nel novembre del 1962, passato dall’essere embrionale a quello fetale, tutti i miei organi erano formati, avevo già le fattezze di un essere umano. Ecco quel che mi fa propenso a datare da quel momento l’inizio della mia esistenza, e ad ammettere l’interruzione volontaria di gravidanza, senza che se ne debbano indagare i motivi, non oltre le sette settimane dal concepimento. Dopo, non è più possibile eseguirla tramite farmaco, e i rischi dell’intervento per la salute della gestante aumentano. Nelle normative di molti Stati prevale quest’ultimo aspetto, con varie approssimazioni: si va dalle dieci settimane del Portogallo alle ventidue dei Paesi Bassi. Si direbbe che se la tecnica potesse abbattere il rischio, la soglia legale sarebbe alzata, o esclusa del tutto, com’è già, chissà perché, in metà degli Stati Uniti. È dunque diffusa una scarsa distinzione tra l’inizio dell’esistenza e l’essere partoriti; rispetto alla sua antitesi, il porre l’inizio dell’essere umano nel giorno del concepimento, quest'opinione appare ancor più povera di pensiero.
   All’altro capo del filo, alla fine, mi attende un’altra data. Stavolta non dovrebbe porsi alcun divario, morire e non essere più sono lo stesso. Non mancano quaggiù circostanze particolari, che di nuovo manifestano opposte mentalità. Gli ospedali sono forniti di apparecchiature che tengono in vita persone gravemente malate o incidentate, sostituendo la perduta facoltà di alimentarsi, idratarsi o respirare; ma quella vita è tanto penosa e limitata da sembrare tutt’altro che un guadagno. Dopo un certo tempo, in molti casi, esse rivogliono ciò che tali mezzi hanno scongiurato. Per costoro, il giorno della morte rinviata precede quello della morte desiderata. La prima, se non è trovata una cura efficace, e se non abbia annientato coscienza e sensibilità, è morte dello spirito, inteso come volontà di vivere. Possono esserne causa non solamente le irreparabili lesioni del sistema nervoso e muscolare, ma anche quelle psicologiche, quando siano tali da rendere insopportabile la percezione di sé e del mondo. Tuttavia l’esistenza, l’essere in un modo, spazio e tempo determinati, pur trascinandosi prosegue, mentre dopo la data che probabilmente qualcun altro, da qualche parte, scriverà, quel che resta non è più, non è mai lo stesso essere. Io non mi identifico con una massa inanimata, con un cibo per larve di insetti, con le future, ignote composizioni delle mie particelle subatomiche e onde di energia, con qualsivoglia effetto che mi sopravviva, prodotto dal mio essere sull’altro. Certo, in senso poetico, se per i suoi effetti principali una vita merita un’estesa riconoscenza, può continuare anche sotterra, ed è quella, non l’aldilà del luogo comune, la “miglior vita”.


   

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